Le qualità curative dell’ascolto profondo. Un’esperienza attraverso pensare, sentire, volere

Conferenza di Bart Vanmechelen 26.08.2022                                            Scuola Novalis – San Vendemiano

 

Vorrei cominciare con una poesia di Hans Børli; si chiama “Una cosa è necessaria”.
“Una cosa è necessaria, qui, in questo nostro duro mondo di gente dispersa e senza casa: prendiate casa entro voi stessi. Camminate nell’oscurità e pulite la fuliggine che offusca la vostra lampada, cosicché le persone nelle strade possano intravedere la luce nei vostri occhi abitati.”

Dunque, come possiamo mantenere vive queste nostre esperienze interiori? Come facciamo a pulire la fuliggine dalla nostra lampada? Come possiamo essere presenti? Come riuscire a essere presenti in tutto quello che dobbiamo fare, esserci per i bambini, per la loro cura, esserci per i genitori, gestire le tensioni fra i colleghi. Come possiamo riuscire a tenere tutto insieme? E allo stesso tempo, interiormente, come possiamo mantenere questa presenza ed essere aperti a quello che succede, essere nel momento presente?

Come già Lucy Battistuzzi ha menzionato nell’introduzione, anche io seguirò il corso della biografia di Rudolf Steiner perché ci può insegnare molto, perché lui stesso ha sviluppato dentro di sé queste capacità.

E cominceremo a farlo attraverso le parole di una persona, Friedrich Rittelmeyer, che doveva incontrare Steiner, aveva un appuntamento con lui e quindi descrive nelle parole che ora leggeremo il suo incontro con Steiner. Il libro in cui potete trovare questo brano è “Lo sguardo terapeutico” di Peter Selg.

Dice Ritterlmeyer: “Di sopra dalla porta socchiusa si poteva vedere Rudolf Steiner, che aveva appena congedato un altro ospite e mi guardava con estrema attenzione mentre salivo lentamente le scale. Non ho mai visto nessuno osservare un uomo così attentamente come sapeva fare lui. Era come se, del tutto immobile, ma con totale e spregiudicata dedizione egli ricreasse l’altro entro un sottile elemento della propria anima che offriva a tale scopo. Non era un riflettere sull’altro, quanto piuttosto un ricreare spirituale interiore in cui l’intero divenire dell’altro poteva manifestarsi.

Penso che sia stato un momento molto speciale, particolare, per Friedrich Rittelmeyer, che ha percepito se stesso, interiormente ricreato entro la dimensione animico – spirituale di Rudolf Steiner. Però tutti noi sperimentiamo questi piccoli momenti in cui il bambino si apre, si arrende e si manifesta a noi in tutto il suo modo di essere.

E come possiamo sviluppare questa capacità di osservare, ma non solo di osservare, di essere lì presenti in questo modo così aperto?

Io ricordo un momento che per me è stato particolarmente rivelatore, in cui ho avuto questa esperienza di cogliere la natura di un bambino e mi rendo conto che in questo momento ci sono due componenti: una proviene dalle mie personali capacità, ma l’altra è come una benedizione che viene dall’alto, che mi arriva come un dono.

Vi racconterò la storia di Jens che vive nel centro in cui lavoro in Belgio. Jens non può parlare, però è molto sveglio, sa sempre quello che succede. Sa dove sono tutti, cosa stanno facendo, chi c’è intorno. Lui percepisce sempre tutto.

Usa una sedia a rotelle. E all’epoca in cui è avvenuta la storia che vi racconterò, non era in grado ancora di spingere da solo la sua sedia a rotelle.

Un mattino ero nel mio ufficio, ero molto impegnato; tutti i bambini si erano ritrovati nella grande sala per l’apertura del mattino con canti, musica e via dicendo. E dopo questo momento corale tutti i bambini andavano verso le loro classi e dovevano passare proprio davanti al mio ufficio.

La porta del mio ufficio era chiusa, però io sento Jens che nel corridoio cerca di salutarmi. E allora Elena, che era una delle collaboratrici che stava spingendo la sedia di Jens, dice: “No, no, non disturbiamo Bart. Andiamo a lavorare.” E questo era vero, era sensato. Perché dopo questo momento di apertura corale, se non si aiuta Jens a rientrare e andare a lavorare e a concentrarsi, lui rimane disperso nell’ambiente.

Qualche giorno dopo succede la stessa cosa, però questa volta Jens era accompagnato dalla logopedista.

La porta era chiusa e di nuovo io sento Jens che saluta. E allora Lisbeth, che è la terapista della parola, dice “Ah, Jens, vuoi salutare Bart?” e quindi bussa alla mia porta. Così apro la porta e do la mano a Jens. E che succede? Lui era così sopraffatto, eccitato dal fatto che Bart stava per andare a dargli la mano, si è spaventato. Però poi si è tranquillizzato Ci siamo stretti la mano e gli ho detto benvenuto, buona giornata. E poi lui è andato a fare il suo lavoro. Il giorno dopo, in tarda mattinata, ero lì che camminavo e dall’altro lato del corridoio sento Jens che chiama “Ba’”. Era la prima volta che lui cercava di dire il mio nome così, Bà! E da allora ha provato a pronunciare il nome di tutti i vari collaboratori che lavorano nell’istituto.

E il giorno dopo, nel nostro incontro fra educatori ci siamo confrontati su questo, perché tutti si sono accorti che per la prima volta Jens aveva detto i nomi di ciascuno.

Adesso confrontiamo queste due situazioni. Nella prima Helen ha fatto la cosa giusta perché ha rispettato
la routine e ha portato Jens a lavorare. Nella seconda situazione Lisbeth ha fatto anche lei la cosa giusta,
perché ha riconosciuto questo desiderio di Jens di salutare Barth e nel mezzo c’era Barth che questa volta
era pronto, si era preparato.
E quello che voglio illustrare con questo esempio è che noi ci possiamo preparare per questi preziosi momenti. Però non possiamo sapere prima qual è la cosa giusta da fare. Essa vive nella nostra volontà.

E a volte, è in una frazione di secondo che si deve decidere: “No, adesso non faccio quello che ho già programmato, predisposto. Faccio una cosa diversa”. E so che tutti voi avrete certamente avuto esperienze
di questo tipo.

E a volte, quando abbiamo delle visite di altri educatori di centri diurni che magari non sono antroposofici, ci viene chiesto: ma allora qual è la differenza? I bambini sono gli stessi, magari due anni fa erano da noi, adesso sono da voi. Che cosa cambia?

E a volte, quando questo succede, io parlo di intuizione, perché in realtà sappiamo tutti che cosa succede quando si entra in una classe oppure quando si entra in un gruppo di un centro diurno, un gruppo di ragazzi che lavorano insieme e via dicendo. Tante volte, quando si arriva la prima volta, si è sopraffatti dalle impressioni sensoriali. Non si sa più a che cosa rivolgere la propria attenzione, a cosa prestare attenzione, che cosa è importante fare. Io stesso l’ho sperimentato.

Con i colleghi di altre istituzioni abbiamo fatto un giro e abbiamo visto il modo in cui loro potevano relazionarsi con i ragazzi, un modo che aveva una certa qualità, perché avevano anche loro esperienza.

E l’unica vera differenza fra noi e voi, ho detto ai colleghi, è che noi cerchiamo e vogliamo sviluppare consapevolmente questa capacità di intuizione. E questo è un lavoro interiore che noi facciamo.

Se studiamo la biografia di Rudolf Steiner, in alcuni passaggi lui descrive le fasi e le modalità con cui lui stesso ha sviluppato queste capacità.

Per esempio, parla di suo fratello, che era di cinque anni più piccolo e aveva problemi di udito, Gustav Steiner.

E poi racconta spesso di come lui, come giovane insegnante, ha lavorato mentre stava ancora studiando come tutore presso una famiglia nella quale c’era un ragazzo con difficoltà di apprendimento, Otto Specht. Steiner descrive tante volte le modalità della preparazione di queste lezioni. Il tempo impiegato per la preparazione era il triplo del tempo in cui veramente lavorava con il bambino. Doveva prepararsi 3 ore per lavorare una sola ora con lui.

E allo stesso tempo la sua ricerca andava nella stessa direzione che è stata citata prima da Claudia e Stefan, cioè le condizioni per cui l’animico- spirituale può scendere nella fisicità, nella corporeità del bambino e permettere così lo sviluppo e l’apprendimento.

E tante volte alla fine delle conferenze, quando Rudolf Steiner era veramente esausto, arrivavano dei genitori o delle persone a chiedergli consiglio. Si racconta, sempre nel libro di Selg sono descritti vari episodi, in particolare uno in cui arriva una madre e chiede aiuto per il bambino. Ma Steiner non ce la fa, è proprio esausto, non riesce a dare un aiuto fino a che non vede il bambino e a quel punto tutta la fatica si scioglie e Steiner riesce a percepire in un attimo, riesce ad avere un’intuizione dell’immagine del bambino stesso.

Una cosa analoga la descrive anche nel corso di pedagogia curativa.

Ora leggiamo un pezzettino della decima conferenza del corso di pedagogia curativa. Ed è il momento in cui Steiner aveva chiesto ai presenti “quando io vi ho detto di appurare con la madre che cosa era successo, se c’era stata una malattia intorno ai tre anni di vita di questo bambino e voi l’avete appurato, poi cosa avete fatto?

E gli educatori, perché i presenti erano attivi, erano tutti un po’ nervosi rispetto a questa domanda. E qualcuno ha detto “Ma non lo so, non lo conosco molto bene, questo bambino non l’ho compreso”. Non avevano una risposta pronta.

Allora Steiner gli ha parlato della capacità di essere completamente presenti, dello stare nell’attenzione, nel momento presente. E non solo rispetto alla relazione, ma anche rispetto a tutti i dettagli che sono nel contesto, anche questo è importante.

Non è importante la quantità di tempo impiegata, ma l’intensità con cui ci si collega interiormente alle cose. Proprio nelle professioni spirituali si risparmierà molto tempo se si terrà presente che è davvero necessario collegarsi interiormente con i fenomeni.

Voglio sottolineare a questo proposito l’importanza del corso di pedagogia curativa: è importante leggerlo insieme ai colleghi, parlandone proprio per provare a seguire come si sposta l’attenzione di Rudolf Steiner, dove si dirige, che percorso fa? Questo ci può guidare a capire qual è il suo percorso interiore per sviluppare gli aspetti di percezione.

(Bart disegna un triangolo sulla lavagna)

In questo triangolo cercherò di riassumere quelli che sono per me gli aspetti fondamentali dell’antroposofia e dello studio che si può fare in senso antroposofico, in modo che possa divenire uno strumento anche per noi.

Al vertice abbiamo lo studio, quello che possiamo studiare, quello che possiamo trovare leggendo e studiando le conferenze.

Qui, come dire, ci sono delle descrizioni. Quindi noi possiamo vedere lo sforzo di tradurre in parole comprensibili esperienze che sono sovrasensibili.

E attraverso lo studio noi possiamo anche imparare a descrivere le nostre sensazioni, le nostre esperienze e le nostre percezioni. Perché lo studio ci risveglia e ci offre anche le parole per provare poi a nostra volta a comprendere e descrivere le nostre esperienze.

Ma ugualmente importante è la pratica, ci sono gli esercizi. Steiner ci esorta continuamente a fare esercizi anche piccoli mediante i quali si possa affinare il nostro pensiero, rendere più percettivo il nostro sentire e rafforzare il nostro volere. Abbiamo fatto qui tanti esercizi e ne faremo ancora altri domani. Quindi all’altro vertice c’è la realizzazione. Realizzare, portare a compimento. E quindi cosa vuol dire? Vuol dire mettere in pratica tutto quello che abbiamo letto, imparato, percepito. Lo dobbiamo mettere in pratica perché altrimenti il nostro sviluppo subirà un rallentamento. Dobbiamo assolutamente metterlo in pratica. È un passo fondamentale. Sì, in inglese la parola realizzare ha anche un altro significato: io mi realizzo. C’è anche questo significato nel realizzare, nel portare a compimento: posso dire che con questo processo io posso individualizzare l’antroposofia, cioè renderla mia, individuale.

E poi c’è anche un altro aspetto, l’aspetto della retrospettiva. Perché attraverso la retrospettiva del mio vissuto, della mia giornata, io posso imparare da me stesso, dal mio stesso percorso.

E l’ultimo elemento che metto al centro, che per me è molto importante io lo chiamo meditazione. Alla fine di questa di questa conferenza spero che avremo il tempo di fare un esercizio che ci permetta di capire che cosa si intende con la parola meditazione nell’ambito antroposofico.

Nel corso di pedagogia curativa tante volte Steiner usa questo termine perché dice: “Osservate questo, poi portatelo dentro di voi e riflettete, meditate. Coglietelo in un atteggiamento meditativo, contemplativo”.

E c’è tanto ancora da dire, però queste sono le basi per capire: quando si parla del percorso spirituale di evoluzione individuale, dal punto di vista antroposofico, che cosa si intende?

Che cos’altro c’è nel corso di pedagogia curativa per noi educatori?

Rudolf Steiner, attraverso le sue osservazioni, chiarisce alcune leggi spirituali dello sviluppo.

Do per scontato che tutti abbiano una familiarità con l’immagine dell’uomo quadripartito. Dobbiamo anche tenere presente come questi quattro corpi costitutivi si liberino e si rendano disponibili per il bambino nel progredire dei settenni. Grazie alle conferenze del corso di pedagogia curativa possiamo imparare a conoscere un’altra dimensione.

E poi c’è anche dell’altro: come possiamo creare le circostanze, creare l’ambiente entro il quale il bambino possa fare le sue esperienze. E tanto è già stato detto e sperimentato con Claudia e Stefan.

Forse poi torneremo su questo domani con gli esercizi pratici. Però intanto riflettiamo un attimo sul bambino che ancora non è nato, è nel ventre materno. Il corpo materno permette al bambino di discendere nell’esistenza terrena, dal cosmo, dai piani spirituali.

Poi il bambino nasce e nel primo settennio il bambino rende proprio, individualizza il corpo fisico. E quindi si familiarizza con tutto quello che caratterizza l’esperienza terrena, quindi la gravità, il peso, le dimensioni entro le quali ci possiamo muovere. E via dicendo. Però quali sono le circostanze? Qual è l’ambiente che sta intorno a lui e che gli permette più o meno di integrare il corpo fisico, di individualizzarlo? È proprio questo ambiente circostante che nel primo settennio, come dire, viene dopo il corpo materno che prima della nascita rappresentava l’ambiente; adesso é l’ambiente esterno.

E se pensiamo alla legge pedagogica cosa c'è in questo ambiente esterno? Che cosa, che significato ha? Nel
primo settennio troviamo l’elemento della cura. Sono le forze eteriche che noi nutriamo intorno al bambino attraverso la nostra famiglia, attraverso le buone abitudini che stabiliamo, i buoni ritmi e via dicendo. Allora
guardiamo al nostro lavoro quotidiano. Come possiamo creare le circostanze adatte?

E questo lo lasciamo in sospeso, è una domanda.

Poi cosa succede nel secondo settennio? Qual è il compito del bambino? Adesso il bambino vuole integrare le sue forze eteriche che ha sviluppato, e individualizzare le sue abitudini. E lo fa entrando nel mondo della scuola, imparando a leggere, imparando a scrivere, a fare di conto e via dicendo.

E qui, dalla periferia, che cosa possiamo offrire per accompagnare il bambino in questa fase?

È la ricchezza del nostro mondo animico, è l’aspetto astrale che noi portiamo attraverso le storie, la ricchezza delle storie che raccontiamo e via dicendo, i colori, la musica.

Tutto questo è l’aspetto astrale che circonda e accompagna il bambino nel secondo settennio.

E poi nel terzo settennio, quando il ragazzo vuole sviluppare la propria vita animica autonoma nella nostra periferia, noi in quanto periferia, per sostenerlo che forze mettiamo in campo? È ciò che chiamiamo le forze dell’io, l’organizzazione dell’io. Ma concretamente che cosa vuol dire? Che cosa portiamo incontro al ragazzo? Presenza di spirito, l’essere autentici, essere veri. Quindi se siamo maestri, identificandoci come tali, allora portiamo una materia: dobbiamo essere davvero fondati in questa materia. E allo stesso tempo dobbiamo essere completamente aperti per poter dare il benvenuto al ragazzo affinché possa manifestarsi e possa poi riflettere ed essere riflesso. E possa sentirsi visto pienamente e profondamente fino agli aspetti più profondi della sua anima.

E questo, secondo me, è davvero un tesoro che possiamo trarre dal corso di pedagogia curativa e che possiamo osservare e sperimentare nelle cose quotidiane più piccole. E lo possiamo anche vedere attraverso le parole di Steiner che ci porta esempi pratici.

E poi Steiner ci chiama anche a fare qualcosa. Ci richiama qui in maniera particolare, perché in tutta la antroposofia c’è un richiamo allo sviluppo e all’auto educazione; però qui, nel corso di pedagogia curativa, c’è un richiamo ulteriore che si approfondisce ancora di più perché noi siamo chiamati a sviluppare dei talenti che poi metteremo al servizio di un altro essere umano.

E Rudolf Steiner ci sfida, con degli ideali molto elevati che non sono semplici da afferrare. E ci invita anche a mettere in pratica, a metterci veramente in gioco e a osservare, a chiederci: ma questo bambino cosa porta? Cosa porta sulla terra dalle sue esistenze precedenti, dalle sue vite precedenti?

E possiamo anche vedere come il bambino porti questi elementi. Abbiamo già detto come questo avvenga nel sociale; però possiamo vedere in ogni aspetto della sua vita e della sua biografia come lui li porti, li renda evidenti.

Possiamo imparare a riconoscere questo elemento. Per esempio, penso a un ragazzo che era presso di noi, James. In diversi momenti della vita di James, io ho potuto parlare con i suoi genitori, e questo soprattutto nei momenti più delicati in cui James avrebbe potuto passare la soglia. Ed era proprio lì lì, perché James è stato molte volte in questa situazione di soglia nella sua vita. E due cose mi hanno toccato particolarmente. La prima era la storia della madre. Lei mi ha detto: “Io sono nata in una famiglia molto ricca, i miei genitori erano proprietari di una grande ditta di tabacco in Belgio; sono cresciuta un po’ in una torre d’avorio, separata dalla società in un certo senso. Ed è grazie a James che il mio mondo si è aperto: perché ho dovuto chiedere aiuto e così ho potuto incontrare tante persone che senza James non avrei mai incontrato.”

E ho dimenticato di dirvi che James non poteva parlare e non poteva compiere movimenti volontari per fare qualcosa; però era sempre presente, la sua coscienza era sveglia. Molto spesso anche la notte lui rimaneva in questo stato di coscienza molto vigile. E la seconda cosa che mi ha toccato profondamente é la storia del padre, oltre a quella della madre. Il padre ha raccontato che spesso faceva tardi la sera. Era proprietario di una grande ditta e quando tornava a casa la moglie era già addormentata; lui andava a vedere tutti i bambini come stavano e James era sempre sveglio. “E noi abbiamo vissuto così tanti momenti difficili, io e James”, diceva il padre. E qualche volta accadeva questo: “James quindi è completamente sveglio. Però quando la notte vado e mi siedo accanto a lui, sul letto, lì posso essere veramente presente per lui. E io mi sento percepito fin nelle profondità della mia anima e solo allora posso andare a dormire. E il mattino dopo so che cosa devo fare.”

E questo è solo un esempio dei tantissimi che ci mostrano chiaramente come, con quale forza le persone con necessità specifiche portino degli impulsi di cambiamento sociale nel mondo. E vi potrei portare migliaia di esempi. E se penso a tutte le nostre realtà non ce n’è una che non è nata proprio per via di questi impulsi portati da qualcuno. E come possiamo sviluppare un occhio per questa capacità?

Ci sono degli esercizi che possiamo fare e Steiner ce li ha donati. Come possiamo fare a guardare con il cuore? Come possiamo impregnare d’amore il modo con cui guardiamo al bambino? Perché nell’amore possiamo creare questo spazio per lo sviluppo. Possiamo creare uno spazio per osservare la vera essenza del bambino, il vero essere spirituale che con lui si manifesta. E il nostro punto di partenza è lo stesso di qualsiasi altra ricerca o progetto di ricerca scientifico: “Io non lo so” Ogni mattina noi abbiamo il coraggio e la fiducia di fare un passo dentro questo “non lo so proprio, non lo so”. Allora vuol dire che se entro in questa dimensione devo essere per forza assolutamente presente per poter imparare. Devo poter aprire tutti i miei sensi, a cominciare da un interesse pieno e incondizionato per il bambino. E dobbiamo anche provare meraviglia, e lasciare che il bambino si riveli a noi. Per fare questo bisogna essere interiormente molto flessibili. Si deve abbandonare quello che ho imparato prima. Devo mettere da parte la mia prospettiva o quello che già so.

Domani faremo degli esercizi per capire come possiamo sviluppare la capacità di lavorare in un gruppo fra colleghi con abilità e talenti diversi: come possiamo armonizzare le diverse prospettive e i diversi punti di vista di tutti? È una specie di pulizia animica, un po’ come fare le pulizie di primavera nella nostra anima per renderla più trasparente. In un linguaggio moderno spesso si parla di risonanza, ovvero di come creare le condizioni per entrare in uno spazio di risonanza con il bambino. E poi, andando avanti nell’età adulta della persona questo diventa reciprocità: io porto qualcosa a te, tu porti qualcosa a me e insieme impariamo.

E le condizioni per poter fare tutto questo sono quelle che Rudolf Steiner cita nel suo libro “L’iniziazione”.
Sono proprio quelle le capacità di cui abbiamo bisogno nel nostro lavoro quotidiano.

Prima condizione:

Aver cura della nostra salute fisica e mentale. E non siamo mai, ovviamente al 100% sani. Lo stato di salute è sempre una costante ricerca di equilibrio. È un po’ buffo, ma cominciamo intanto a non fare quello che ci fa male. Come dire, cerchiamo di essere moderati con noi stessi.

Seconda condizione:

Io sono parte di un tutto, sono parte di qualcosa intorno a me, all’interno del quale io mi trovo e che mi appartiene, in cui anche io mi ritrovo. E cioè, in un certo senso dipendo da quello che ho intorno a me. Per esempio, io posso pensare a chi, in questo momento, sta lavorando molto per me. Cose molto concrete, molto pratiche. Siamo qui: chi sta lavorando per noi e ci sta aiutando? Ci sono le luci accese. Come, com’è possibile? Chi ha reso questo possibile? E posso pensare al passato, a tutta la storia che c’è dietro le luci accese, ma anche al momento presente, concretamente, ora. Chi mi sostiene? Chi rende possibile che io sia qui. E io per chi lavoro? Certo, non solo per i bambini: lavoro anche per i miei colleghi, per i genitori, per tutta la famiglia. E non solo nell’ambito del lavoro, tutto quello che faccio ha delle conseguenze per qualcuno che è intorno a me. Quindi dobbiamo sempre portare con noi questa cura, questa coscienza della periferia, che ci sostiene, ci porta, ma contiene anche tanti misteri.

Terza condizione:

I miei pensieri e i miei sentimenti sono ugualmente importanti per il mondo quanto le mie azioni. E io mi faccio carico della responsabilità, mi assumo la responsabilità per ciò che penso: per la qualità dei miei pensieri, per la chiarezza dei miei pensieri e anche per la loro veracità. E rispetto alle qualità del mio sentimento me ne carico la responsabilità, o magari agisco d’impulso emotivamente? oppure invece cerco di modulare i miei sentimenti, di mettermi in una dimensione in cui posso imparare dai sentimenti che provo e dallo scambio di sentimenti con coloro che mi circondano. E si potrebbe parlare per tantissimo tempo di che cosa succede quando veramente mettiamo in pratica queste cose, per esempio nel lavoro di un collegio o di un gruppo, o del gruppo di colleghi con cui lavoriamo. Ma poi lo vedremo domani negli esercizi.

E poi la quarta condizione va di conseguenza.

L’essenza del nostro essere umani è trovare noi stessi nella nostra vera interiorità, non fuori, non nella periferia o nell’apparenza esteriore. E fra parentesi questa cosa si può dire anche delle nostre scuole e delle nostre iniziative. Come possiamo avere cura dell’impulso profondo delle nostre iniziative?

Quinta condizione.

Ogni volta che prendo una decisione la porto fino in fondo. E non è una testardaggine. E’ invece l’essere pronti ad assumersi le responsabilità e farsi carico delle conseguenze delle nostre azioni. E questo è fondamentale nei confronti dei bambini, affinché essi possano contare su di me. Se dico che faremo una cosa, devono poter riporre fiducia nel fatto che veramente faremo questa cosa.

E la sesta condizione che conosciamo molto bene dal nostro lavoro quotidiano è la gratitudine.

La gratitudine è anche alla base delle feste dell’anno. Ci si può chiedere perché celebriamo tutte queste feste nel corso dell’anno. E vi invito a riflettere su come le feste dell’anno non siano solo una tradizione. E per ogni festa io posso essere cosciente di qual è l’esperienza che voglio portare incontro ai bambini. E allo stesso tempo nelle feste posso anche celebrare uno dei miei talenti professionali. Questo per me, per esempio, è un dono che ho ricevuto da San Nicola, impersonando San Nicola. In Belgio San Nicola è una festa molto importante. Io, avendo una certa statura, avevo l’onore di impersonare San Nicola, che è veramente una personalità esaltante. E per me è stato veramente difficile. Mi piaceva molto di più stare con i bambini, giocare, scartare i regali. Invece no, dovevo essere San Nicola. E quindi mi sono messo gli abiti di San Nicola. Mi sono guardato allo specchio. E tutta la mia esperienza di bambino guardandomi allo specchio mi si è riproposta, mi è ritornata di fronte. E mi sono ricordato di come San Nicola mi abbia percepito, mi abbia visto da bambino. Cosa succede nella festa dei bambini? Ci si trova nella grande sala. Là c’è San Nicola e i bambini ancora non ci sono e arrivano piano piano cantando verso San Nicola. Perché c’è
come dire un presupposto particolare della festa di San Nicola che noi in Italia non abbiamo. Chi impersona San Nicola conosce già i bambini, quindi la festa viene preparata prima. Ogni bambino va dunque a incontrare San Nicola e chi lo personifica potrà dirgli qualcosa di speciale, perché sa qualcosa di lui. E il regalo che San Nicola darà al bambino è qualcosa di cui il bambino avrà proprio bisogno per fare un passo ulteriore nella sua vita e nella sua biografia. E’ un’esperienza molto toccante, molto profonda. Qualcuno ha detto prima: “Sì, mi sono sentito visto da San Nicola quando ero un bambino. “ E’ una grande responsabilità. Quindi cosa è successo a me quando rappresentavo San Nicola? Il bambino è venuto da San Nicola e l’esperienza del bambino era di esser visto da San Nicola, non da Bart. Proprio in quel momento, qualcosa si è risvegliato dentro di me. E in che modo questo ha a che fare con la mia capacità? Sono capace di percepire il bambino nel suo vero essere? Ne ho discusso con i miei colleghi: possiamo celebrare la festa di San Nicola non come una tradizione, ma come il momento in cui onoriamo la nostra capacità di pedagoghi, la capacità di cogliere il bambino nella sua vera essenza, di guardarlo con amore. Questo è il
significato rinnovato che possiamo dare a questa festa: è un grande compito.

E naturalmente ogni festa ha i suoi segreti. E non c’è una ricetta che vale per tutti. Però possiamo confrontarci con i nostri colleghi. E, come dire, fare il nostro percorso personale autonomo: qual è la festa a cui sentiamo di dare un significato rinnovato? Per esempio, San Michele. Che significato vogliamo dargli?

E vorrei concludere con un esercizio dato da Rudolf Steiner che probabilmente tutti conoscete già. Lo vorrei collocare nel contesto di tutto quello che ci siamo detti finora.

Nel corso di pedagogia curativa, tante volte Steiner ci esorta, ci incoraggia a riconoscere che noi abbiamo molte più esperienze riguardo all’incontro con l’aspetto spirituale del bambino di quante pensiamo di avere. E quindi ci incoraggia ad essere attivi in questo. E domani torneremo su degli esercizi pratici. Però adesso vorrei condividere con voi l’esercizio di meditazione fondamentale per la nostra professione, e lo vorrei mettere in relazione con una via per imparare dalla nostra biografia.

Invito tutti voi a farlo stanotte e domani mattina. Rudolf Steiner ci ha dato la meditazione del punto cerchio, e la introduce invitando le persone a fare ogni sera una retrospettiva della giornata. E questo per me è ciò che intendo per imparare dalla nostra biografia. C’è talmente tanta saggezza nelle esperienze che ci vengono incontro durante il giorno, che non possiamo coglierla con la nostra coscienza. Ed era già anche negli esercizi che abbiamo fatto prima. Per quello penso che sia importante e potente fare questa meditazione stanotte e domani mattina. Richiede pratica, esercizio per riuscire a fare entrambi i movimenti dell’anima allo stesso tempo ed ora chiarirò cosa significa. Non importa se uno ha più o meno esperienza, ciò che conta è che comunque per noi sarà importante, perché quello che noi sperimenteremo rispecchia il momento in cui ci troviamo. Ciò che abbiamo letto prima sull’importanza dell’intensità, adesso sarà enfatizzato dal fatto che ci possiamo dire: “è proprio importante che facciamo questo esercizio”. E l’altro gesto è: mi lascio andare e ho fiducia che mi arriverà un sostegno. Questo sostegno viene dalla periferia. Tutto ciò che ho detto finora, a che cosa mi porta? Cosa mi conduce e cosa fa sì che io possa essere qui e che tutti voi siate qui? Cosa fa sì che tutto ciò che io ho incontrato oggi fosse proprio lì e che io l’abbia potuto incontrare? E questo è racchiuso ed espresso nella parola DIO.

Noi non necessariamente siamo tutti cresciuti con la parola Dio o con una religione nella nostra vita. Ma cerchiamo di prendere questa parola Dio nell’accezione di un’entità che ha reso possibile che tutte le cose siano collegate. E l’altro aspetto è che tutte le cose sono state create. Non sono arrivate così da un momento all’altro, c’è dietro un processo di creazione. Anche questo Io lo racchiudo nella parola Dio. Quindi Steiner descrive due immagini, una per la sera e una per la mattina. La prima cosa da fare è la retrospettiva serale: guardare indietro alla giornata trascorsa, come se si stesse in cima a una montagna e si guardasse la vallata degli eventi della giornata. E si fa in direzione inversa, partendo dalla sera, e andando a ritroso verso la mattina. Non c’è bisogno di soffermarsi su tutti i dettagli, si può semplicemente fluire fra i vari momenti che si sono succeduti solo osservando. E poi portiamo davanti alla nostra coscienza l’immagine di un punto giallo e intorno un cerchio blu, come qualcosa che racchiude. Ecco, qui sono io. E poi interiormente pronunciamo la frase: “Dio è in me. In me é Dio”. E quindi si tratta solo di creare questa immagine del cerchio blu e del punto giallo e sentire questa frase e poi lasciarli risuonare nella nostra coscienza, davanti alla nostra attenzione. E poi lasciamo andare. Quando ci svegliamo il mattino dopo la prima cosa che facciamo sarà portare di fronte alla nostra anima l’altra immagine, che é l’opposto: è un punto blu e una circonferenza gialla. Bisogna fare attenzione alle qualità del blu in un punto e del giallo in un cerchio. Poi lasciamo risuonare nella nostra anima la frase:” Io sono in Dio”. Anche la frase è l’opposto della meditazione della sera. E Steiner dice: “Il giallo del cerchio irradia verso la mia giornata”. E questa volta, invece della retrospettiva su ciò che è accaduto, posso avere una prospettiva sulla giornata che mi aspetta. E, come dire, la qualità della parola Dio è lì, nel significare che sono pronto a incontrare ciò che mi aspetta nel mondo, ciò che mi verrà incontro nel mondo e mi permetterà di portare dei frutti. Cambierà la vostra vita. E’ così perché poi andrete al vostro lavoro, incontrerete il vostro collega e saprete che lui è importante per voi, e gli potrete dire anche interiormente: grazie di essere venuto stamattina.

E vorrei finire con la mia citazione preferita da Rudolf Steiner. È una sfida per il traduttore:

“bisogna iniziare”

E ha due significati: iniziate con semplicità e poi, semplicemente, iniziate.

E vorrei aggiungere qualcosa sulla serata di domani, perché domani ci sarà una lezione di classe. Fa parte delle lezioni che sono state date da Steiner per coloro che erano attivi all’interno della Libera Università di Scienza dello Spirito. E la Libera Università di Scienza dello Spirito è lì per ognuno di noi. Steiner ha creato questa Libera Università e le lezioni e le conseguenti conferenze sono proprio per coloro che vogliono realizzare l’antroposofia nella loro vita e nella loro professione. E quindi coloro che ancora non hanno avuto l’opportunità di diventar parte di questo lavoro sono invitati a prender parte alla presentazione aperta tenuta da me, cosicché possiate comprendere di che si tratta, che cosa vuol dire mettersi in gioco, partecipare a questa ricerca, questo lavoro.

Convegno “COGLIERE LA DOMANDA DEI BAMBINI: UN PERCORSO DI TRASFORMAZIONE”

Dal 25 al 28 Agosto 2022 si terrà il nostro Convegno in presenza:

‘COGLIERE LA DOMANDA DEI BAMBINI: UN PERCORSO DI TRASFORMAZIONE’

presso la Scuola Waldorf “Novalis” di Conegliano.

Siamo particolarmente lieti di presentarvi questa nostra iniziativa, dopo un lungo tempo in cui non abbiamo potuto incontrarci in presenza, e crediamo che possa essere un’occasione preziosa per nutrire le nostre forze interiori e mettere in movimento pensieri e azioni intorno al tema della domanda dei bambini.

Consulta il Volantino dell’evento e il Planner con la scansione oraria delle varie attività (conferenze, workshop, momenti artistici).

La scheda d’iscrizione è compilabile onlineclicca sul link: https://forms.gle/fyuexDmRGno5v9AQ8

Per qualsiasi necessità o informazioni non esitare a contattarci, invia una mail a: infopedagogiacurativa@gmail.com

 

Ti aspettiamo!

 

Convegno internazionale a Dornach 5-9 Ottobre 2022

Il Convegno internazionale di Pedagogia Curativa e Socioterapia si terrà a Dornach dal 5 al 9 ottobre 2022, con il titolo:

ALLA RICERCA DELLA SALUTE

VULNERABILITA’ – AMORE – EQUILIBRIO

Quest’anno il tema sarà incentrato sul lavoro interdisciplinare con la medicina e la terapia. Questo comprende tutte le aree correlate a una vita sana, consapevole e piena di vaolre – per gli individui, le comunità, le pratiche di vita inclusiva e l’ambito sociale.

Ci concentreremo sulla consapevolezza e possibilità di connettere tutte le nostre capacità e attività, orientandoci all’intento di costruire una comunità umana sana e resiliente.

Cosa troverai al convegno?

  • Gruppi di lavoro sui temi di un approccio contemporaneo alla medicina e alla terapia antroposofica, con una comprensione olistica della salutogenesi nel campo del lavoro sociale inclusivo
  • Due conferenze che fanno da cornice al convegno
  • Tavole rotonde di discussione nelle tre aree tematiche di vulnerabilità, amore ed equilibrio.
  • Traduzione in otto lingue (compreso l’ITALIANO!)
  • “Spazi contemplativi” per trascorrere una pausa pranzo attiva
  • Una persona con bisogni specifici e una senza bisogni specifici possono beneficiare di un biglietto scontato in “tandem”
  • Pasti vegani cosicché tutti possano condividere i pasti
  • Come ci richiede il mondo attuale: format in presenza e in digitale
  • Balli folk di gruppo per danzare insieme, esibizioni di euritmia e spettacolo di pantomima

Clicca sul link sottostante per leggere il programma completo ed iscriverti. Il programma sarà presto disponibile anche in Italiano su questo sito!

PROGRAMMA E ISCRIZIONE AL CONVEGNO: CLICCA QUI!

Bollettino ECCE link nr. 39 – Aprile 2022

Il bollettino di aprile di ECCE  (European Co-operation in Anthroposophical Curative Education and Social Therapy), di cui la nostra Associazione è partner, ci racconta in particolare di alcuni interventi di aiuto e sopporto che sono nati a favore dei rifugiati ucraini, a seguito dello scoppio della guerra.

Ci viene inoltre rivolto un caloroso invito – destinato sopratutto alle realtà di Socioterapia, a familiari, genitori e persone dai bisogni specifici – a partecipare al prossimo Convegno Inclusivo Europeo dal titolo ‘Moving Borders’,  che si terrà dal 15 al 18 giugno 2022 a Zurigo! Cinque giorni di eventi culturali ed educativi pensati apposta per le persone con disabilità, attori protagonisti di questo convegno.

 

Clicca su questo link per leggere tutto il bollettino!

ECCE Link No. 34

Sette secoli per una comunità di vita

di Roberta Tazzioli – La Monda

Nel cuore del Medio Evo si sono raccolte le più varie storie di santi le cui vite hanno l’atmosfera dei miti più antichi. Fra di essi si annovera la storia di Santa Dinfna (o Dimpna), che viene celebrata dalla Chiesa il 30 maggio. Non è una storia conchiusa nelle oscurità di un tempo così antico: anzi, non è mai finita, e in qualche modo parla di noi.

 

La leggenda racconta che Dinfna era figlia di un re pagano d’Irlanda; il suo nome ha una remota affinità con il vocabolo celtico Damnat, che indica la giovane cerbiatta. La regina sua madre si era convertita al cristianesimo. Il re era profondamente innamorato della moglie che però disgraziatamente morì all’improvviso. Il re perse il senno per il dolore e vedendo nella figlia le fattezze della moglie scomparsa pretese di sposarla. La fanciulla si consigliò con il sacerdote Gerebern, che l’aveva battezzata; egli organizzò la loro fuga insieme al giullare di corte. Presero una piccola barca e con quella attraversarono il mare fino a raggiungere le terre fiamminghe, nei pressi di Anversa. Qui la fanciulla si rifugiò nella foresta, nei pressi della località in cui oggi sorge la piccola città di Geel, desiderando dedicare la sua vita alla preghiera e all’eremitaggio. Il padre però non aveva affatto abbandonato il suo proposito e, reso furioso dalla sparizione della figlia si gettò con i soldati al suo inseguimento. Anch’egli attraversò il mare e una volta sbarcato si recò in un ostello che ospitava gli stranieri; qui pagò i servizi ricevuti con il denaro della sua terra, e l’ostessa gli disse che aveva già ricevuto di recente monete con quella forma da una fanciulla e da un prete. Il re poté facilmente ritrovare le tracce della figlia e così riuscì a raggiungerla; e di fronte all’ennesimo rifiuto la uccise con la sua spada. Gli angeli conservarono intatto il suo corpo che venne poi ritrovato e custodito come sacro dal popolo.

Questa leggenda ha la sua origine nell’alto medio Evo ma diviene patrimonio della Chiesa nel 1240 quando Pietro, canonico di Sant’Uberto a Cambrai la trae dalla tradizione orale.  La fanciulla uccisa da un padre uscito di senno divenne così protettrice di tutti coloro che non erano padroni delle loro facoltà mentali; e il primo di essi, testimone del martirio, è il giullare che l’aveva accompagnata, un folle “fuori dagli schemi”, che nell’immaginario medievale incarna una persona il cui discorrere è senza limiti e che può permettersi un certo grado di irresponsabilità.

E appunto da tempi più antichi il luogo della sepoltura di Dinfna diviene meta di pellegrinaggio di malati che appaiono “dominati da forze estranee” oppure “semplici di spirito”. Persone cioè considerate “non responsabili” e descritte come tali con parole antiche ma non senza significato: “simpele”, semplici di spirito, privi di ragione dall’infanzia, oppure “onnoosele”, innocenti, perché ciò che dicevano e facevano non era espressione di volontà, ragione o sentimento. In ogni caso erano persone che richiedevano un accompagnamento nella vita quotidiana e sociale.

I pellegrini si recavano a Geel nella speranza di guarire, provenendo anche da località molto lontane. Nel corso del XIII secolo venne edificata una chiesa per ospitare la tomba della santa e un ostello per dare rifugio ai pellegrini. Essi dovevano rimanere a lungo per partecipare a novene, processioni e veglie di preghiera. Il continuo aumento del flusso dei questuanti richiedeva un’organizzazione sempre più attenta e capillare, tanto che la municipalità si rivolse alle famiglie del luogo perché accettassero di farsi carico dell’assistenza ai pellegrini. Poiché la città di Geel aveva trovato nel culto di Santa Dinfna la propria identità, il proprio valore, l’apporto delle famiglie del luogo fu decisivo nel seguito di questa storia; e quasi dal nulla si generò la forza per rispondere ai bisogni di chi si affidava alla preghiera per guarire.

Forse questa è una spiegazione molto semplice per un evento complesso; ma è certo che dal XIII secolo si sviluppò in quella comunità di uomini una singolare attenzione e capacità di interagire con la sofferenza mentale, di farsene carico e di condividere la vita con chi ne è portatore. I pellegrini divennero sempre più integrati nella comunità: non tornavano quasi mai alle loro case. La comunità di Geel affidava ognuno di loro a una famiglia, che prendeva l’obbligo di nutrirlo e di occuparsi dei suoi bisogni. Il capofamiglia era chiamato “le nourissier” (colui che alimenta), l’assistito era chiamato “l’affidato”. Egli partecipava a tutte le attività familiari, a seconda delle sue capacità poteva lavorare nei campi, imparare semplici lavori artigianali, occuparsi della cucina o custodire i bambini. Ogni affidato era libero di muoversi come qualsiasi altra persona, e partecipava alla vita cittadina come tutti gli abitanti; la sua convivenza con gli altri era basata sul consenso e sulla condivisione di ogni esperienza. Abitare, lavorare, intrecciare relazioni, partecipare alla vita culturale: tutti gli aspetti essenziali della vita venivano così sostenuti.

Non vi era una gestione medica dell’assistenza ma l’approccio si fondava sulle competenze che questa particolare comunità aveva elaborato nei secoli spontaneamente, attraverso l’esperienza concreta della relazione.

In epoca napoleonica, quando la medicina cominciò a trattare la malattia mentale con un approccio scientifico, molti esperti andarono a visitare Geel. Era l’epoca in cui cominciavano a sorgere i manicomi dove si assistevano i folli e i “minorati”, si intendeva guarirli con pratiche mediche spesso profondamente invasive, e comunque sempre li si segregava dal rapporto con la società in istituzioni “totali”. Geel forniva l’esempio di una strada completamente diversa, un approccio che richiedeva competenze e capacità umane molto differenziate e soprattutto si basava sull’inclusione. Per tutto il XIX secolo vi fu una processione dei medici in visita alla “città dei folli”. Essi dovettero constatare il valore di quell’esperienza; era grande la meraviglia nel testimoniare quanta ricchezza umana, quanta capacità di gestire relazioni si era accumulata in una società lontana dal mondo intellettuale dell’epoca. Anche medici italiani come l’alienista Serafino Biffi visitarono Geel, cercando di comprendere come una simile esperienza potesse diffondersi altrove.

Queste le sue parole, che descrivono in modo vivido cosa effettivamente avveniva in quelle famiglie:

“non posso a meno di ricordare una povera famiglia di calzolajo che trovavasi in casa un erculeo marinajo matto da gran pezzo, capriccioso e facile al furore; e bene la padrona di casa, una povera vecchierella curva e mingherlina, lo guidava come un fanciullo, ed era bello vedere come con poche parole che gli dirigeva con un tono di bontà e insieme di sicurezza, su l’instante gli faceva cadere ogni ira, come cala una vela se improvvisamente si tace il vento.”

I tentativi di replicare l’esperienza di Geel andarono a vuoto; ma quale ne era il segreto, quale ingrediente mancava alle altre “colonie” che volevano riprodurre quella relazione?

Geel, la città dei folli, si era costituita nei secoli su quella esperienza religiosa e sociale insieme. In fin dei conti su una visione dell’uomo, su un cammino di fede che era seguito dall’intera comunità. Nulla era estraneo a questa esperienza, e tutto concorreva all’inclusione dei tanti speciali percorsi in un’unica geografia dell’anima.

Oggi di tutto questo è rimasto qualcosa di più di un ricordo. Esistono ancora famiglie che si occupano degli affidamenti all’interno di un tessuto ormai decisamente urbano e moderno. Ora l’esperienza dell’affidamento è condivisa con le figure mediche che si occupano della cura dei pazienti. Lo psichiatra di Geel Lode Weins per esempio è però ancora consapevole della peculiarità di questa esperienza, e dice: “sembra esistere un genius loci, una sorta di mentalità prevalente  nella città pervasa di tolleranza e tatto verso coloro che esprimono con evidenza la propria diversità. Qui il paziente è un commensale altrimenti dotato, un compagno di casa e di vita , ma ferito e vulnerabile. Si è costituito un delicato equilibrio fra le famiglie affidatarie che forniscono vitto e alloggio e il resto della popolazione locale che accetta e integra le persone : un equilibrio necessario, fondato su una storia riconosciuta”.

Possiamo ancora trarre un senso da questi sette secoli ininterrotti in cui si é accumulato un sapere, una capacità pratica di tessere relazioni. E forse possiamo ancora ricordare Santa Dinfna il 30 maggio.

Un’aiuola speciale

di Lucy Battistuzzi – Pedagogia Curativa – Scuola Steiner Waldorf  “Novalis” Conegliano Veneto

Una piccola area del giardino adibita alla coltivazione di fiori da recidere:

tulipani, giacinti, iris e anemoni.

Questa piccola e stretta bordura, custode di immaturi bulbi dormienti, ci sta donando i frutti di un lavoro invernale; risvegliate da una insolita primavera queste gemme splendenti si stanno svelando in tutta la loro bellezza. 

La scuola è immersa in un silenzio inusuale, mancano le voci e gli sguardi che avrebbero dovuto accogliere il loro sbocciare; mancano le corse e i giochi, dai quali, una piccola staccionata rimasta incompiuta, li avrebbe dovuti proteggere.

Ma la loro silenziosa presenza fatta di colori e profumi rallegra e innalza i cuori di chi ha la fortuna di attraversare il giardino.

Un progetto, questo, di didattica inclusiva realizzato nell’inverno del 2019 che si è posto l’obiettivo di impegnare gli allievi di quasi tutte le classi dalla prima alla decima, in una attività reale, non costruita, che portasse alla comunità un valore aggiunto e si collegasse a quanto già si svolge all’interno di essa.

Come in tutte le attività pratiche i ragazzi, per i quali è nato il progetto, si sono esercitati ad affrontare l’inevitabile complessità della vita fatta di intoppi ed errori e sono stati accompagnati a una continua riflessione su ciò che si stava facendo. L’intento quindi è stato quello di favorire e valorizzare al meglio le loro risorse e i loro interessi, promuovendo la consapevolezza di quanto stanno apprendendo a scuola; favorire lo sviluppo di abilità e competenze grazie allo sforzo compiuto per portare a termine il compito; esercitare il pensiero applicando nel pratico i “contenuti” disciplinari. Operare dunque su elementi di volontà, sentimento e pensiero attraverso un’attività pratica rivolta anche alla cura e alla bellezza.

 

 

Primavera vicina

 

Più morbida, più lieve

l’aiuola, ecco, s’inturgida;

candide come neve

ondeggian le campanule,

un vivo ardor di fuoco

va dispiegando il croco;

il suol di sangue stilla,

lo smeraldo sfavilla.

Le primule si gonfiano

con borioso piglio;

mentre l’astuta mammola

s’asconde ad ogni ciglio;

un alito possente

scuote la vita intera.

E’ viva, è qui presente

ormai la primavera.

                                                                                Johann Wolfgang Goethe

Teatrino delle finte ombre

di Gianantonio Consonni- Scuola Novalis, Conegliano

Durante l’Epoca di italiano una ragazza non riusciva a rammentare la Storia di Edipo letta e raccontata in classe.

Per aiutarla le ho proposto di mettere in scena la tragedia con l’arte del Teatro delle Ombre dove si possono attivare le facoltà di memoria del ricordare e del rimembrare. Lei non ha accettato ma il compagno di banco ha accolto la proposta con grande entusiasmo.

Immediatamente il ragazzo ha chiamato altri tre compagni ed in un lampo si è formato un gruppo di inclusione. I quattro ragazzi ed io ci siamo divisi i compiti: in due hanno redatto il copione trasformando la Tragedia in Commedia, inserendo battute esilaranti e riferimenti ad eventi di storia recente e passata; in tre hanno creato i personaggi con cartoncino nero e tondini di legno; io ed uno di loro abbiamo adattato la struttura del teatrino e rivisto il copione.

Il copione, infine, è stato corretto dal loro insegnante di Italiano che ci ha proposto di mostrare lo spettacolo ai compagni di classe ma anche alla classe decima e a tutti gli insegnanti.

Tutti in scena. Sabato 15 Gennaio alle ore 10:45 abbiamo mostrato la commedia intitolata “La Storia Assurda di Edipo”. Accompagnata da musiche e suoni fatti con il pianoforte, da effetti sonori creati con voci ed oggetti vari, i quattro ragazzi hanno raccontato la storia ricevendo al termine i complimenti di tutti.

Per me è stato meraviglioso vedere che dal nulla e con piccoli suggerimenti i ragazzi hanno creato un lavoro aderente all’attività di italiano in cui ognuno di loro ha messo in campo le proprie abilità come entrare nel personaggio, dizione, suonare uno strumento, abilità manuali, senso dell’umorismo, solidarietà e disponibilità. E non solo, ho visto anche un grande lavoro di sviluppo competenze ancora carenti quali ad esempio la lettura scorrevole ad alta voce, lavorare in gruppo, portare a termine un compito, ottimizzare i tempi, controllare le proprie emozioni, correggere il linguaggio, sapersi riconoscere delle abilità.

Per concludere voglio ringraziare la nostra musa ispiratrice, ovvero la ragazza che era in difficoltà nella comprensione della tragedia, perché ha dato, inconsapevolmente, il via a questa stupenda attività. Lei si è entusiasmata ed ha rivolto un sentimento di gratitudine verso i compagni per le emozioni vissute durante lo spettacolo.

Vivere una biografia. Nella yurta con Marco Polo

di Loredana Pellegrino –

“Marco Polo è, forse, il più famoso viaggiatore di tutti i tempi”…… Poco dopo aver suonato un motivo musicale per evocare l’Oriente, così è iniziato il racconto della biografia di Marco Polo, nella magica atmosfera di una yurta mongola.

Far conoscere una biografia facendola “vivere” è tra le modalità con cui la pedagogia curativa può svolgere didatticamente un argomento di storia o geografia o altra materia.
Da un grande impegno interdisciplinare, tipico di tutta la pedagogia steineriana, e dalla collaborazione con genitori e amici della Scuola (che una domenica di fine maggio 2016 han montato una incantevole yurta, prestata da un cuore generoso, per poi smontarla il giorno dopo), è nata una rappresentazione della biografia di Marco Polo per tutte le classi della Scuola Steiner-Waldorf di Reggio Emilia, intensamente vissuta da ragazzini con bisogni speciali: questi ultimi han “creato” le “puppen” dei personaggi, fatte muovere su un palchetto caratterizzato da pochi ma simbolici elementi scenografici, “creati” dagli stessi ragazzini… lavori artistici con gessetti colorati per rappresentare un canale di Venezia, montagne orientali, cielo stellato; sabbia su un telo, introdotto in scena al momento appropriato, e poi rimosso, per rappresentare il deserto del Gobi; una piccola yurta fatta a mano come residenza mobile, tipicamente estiva, di Kublai Khan… e tanto altro che enumerare non consentirebbe a chi legge di figurarsi il “percorso”, accurato e vivo, che abbiamo compiuto nel ripercorrere una biografia, nei suoi momenti salienti…
Se i racconti delle vite di personaggi storici, letterati, scienziati, esploratori, consentono agli alunni delle Scuole Steineriane di apprendere in modo esperienziale, vivente, entusiasmante, in pedagogia curativa è imprescindibile il fare, l’esperienza diretta, il creare artistico… non basta raccontare una biografia, ma bisogna, con cura e amorevolezza, farla “vivere”: è necessario che i ragazzini con bisogni speciali ripercorrano i momenti essenziali interpretando uno scambio di battute avvenuto durante un incontro, sfumando i colori di un paesaggio orientale, costruendo le pareti di una prigione… Conoscere percorsi biografici in tal modo agevola il vivere la propria biografia, viverla come un ‘cammino di preziose occasioni’.

Alla ricerca della salute ::: Vulnerabilità – Amore – Equilibrio

Dal 5 al 9 ottobre 2022 si terrà a Dornach il

Grande Convegno Internazionale di Pedagogia Curativa e Socioterapia,

organizzato da Antroposophic Council for Inclusive Social Development, dal titolo:

“Alla ricerca della salute :::

Vulnerabilità – Amore – Equilibrio”.

 

Che cosa significa essere in un percorso di salute?

Che cosa significa cercare la salute?

 

 

Per questa edizione il Council offre la possibilità a ciascuno di noi di presentare una proposta di lavoro per un workshop o uno spazio contemplativo, da tenersi in quei giorni.

Clicca sui link per saperne di più:

Proposta_workshop

Proposta_spazi_contemplativi

 

Puoi consultare qui il programma completo del Convegno:

THS-2022-Program-EN

 

Nella speranza che molti di voi possano accogliere la chiamata, per qualsiasi chiarimento scriveteci a:

infopedagogiacurativa@gmail.com

A NATALE NASCITA E RINASCITA

di Roberta Tazzioli – La Monda

Dipinto realizzato da una ospite presso la realtà di Socioterapia ‘La Monda’

 

Ce lo ricorderemo, il Natale 2020.

La nostra Comunità ha dovuto vivere l’interruzione dei rapporti con l’esterno, comprese le famiglie, gli amici, le persone care. Abbiamo trovato risorse ed energie nascoste, e davvero abbiamo sprigionato tutto il calore di cui eravamo capaci.

Come sempre, il vuoto in cui ci sembrava di essere immersi si è rivelato capace di ospitare nuova vita, e abbiamo potuto celebrare un Natale molto sentito. Ci siamo percepiti tutti insieme, stretti (ma non ristretti) nella vita affettiva della Comunità.

Il ricordo di tutto questo si riverbera in quest’anno 2021. Ora per fortuna si possono di nuovo progettare visite, feste, pranzi fra parenti e amici; possiamo tornare alle nostre tradizioni, che non daremo più per scontate. E così abbiamo potuto guardare con occhi nuovi il Natale e il suo dono, IL DONO DELLA RINASCITA.

L’Albero di Natale celebra l’Albero della Vita, con le sue forze sempre rinnovate ; nella profondità dell’Inverno la vita si nasconde nella nostra Madre Terra, e si affida alle sue cure.  Alla Monda lavoriamo tutto l’anno nel vivaio, e abbiamo imparato quanta vita nasconde ogni piccolo seme. Sappiamo che proprio quando il paesaggio appare spoglio e grigio si prepara la rinascita del manto vegetale; fra le braccia della terra i semi sognano la primavera.

Da novembre a gennaio le nostre attività agricole sono in pausa, e ci dedichiamo con grande piacere a varie forme d’arte. Quest’anno in particolare abbiamo lavorato molto con la creta. E allora ci è venuto in mente di creare un simbolo della rinascita che vogliamo vivere nella nostra nuova festa di Natale.

Abbiamo creato semplici forme con la creta, decorate con l’oro in modo che possano ben figurare sul nostro Albero di Natale. In esse però abbiamo celato piccoli semi. Quando l’albero verrà spogliato prenderemo queste decorazioni e le metteremo in un vaso, le ricopriremo di terra, annaffieremo con cura e attenderemo fiduciosi; i semi daranno vita a germogli che crescendo porteranno fiori. Come vedete nelle foto abbiamo già fatto delle prove: FUNZIONA!

Ci auguriamo che questo Natale porti a tutti speranza e gioia.

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