Sette secoli per una comunità di vita

di Roberta Tazzioli – La Monda

Nel cuore del Medio Evo si sono raccolte le più varie storie di santi le cui vite hanno l’atmosfera dei miti più antichi. Fra di essi si annovera la storia di Santa Dinfna (o Dimpna), che viene celebrata dalla Chiesa il 30 maggio. Non è una storia conchiusa nelle oscurità di un tempo così antico: anzi, non è mai finita, e in qualche modo parla di noi.

 

La leggenda racconta che Dinfna era figlia di un re pagano d’Irlanda; il suo nome ha una remota affinità con il vocabolo celtico Damnat, che indica la giovane cerbiatta. La regina sua madre si era convertita al cristianesimo. Il re era profondamente innamorato della moglie che però disgraziatamente morì all’improvviso. Il re perse il senno per il dolore e vedendo nella figlia le fattezze della moglie scomparsa pretese di sposarla. La fanciulla si consigliò con il sacerdote Gerebern, che l’aveva battezzata; egli organizzò la loro fuga insieme al giullare di corte. Presero una piccola barca e con quella attraversarono il mare fino a raggiungere le terre fiamminghe, nei pressi di Anversa. Qui la fanciulla si rifugiò nella foresta, nei pressi della località in cui oggi sorge la piccola città di Geel, desiderando dedicare la sua vita alla preghiera e all’eremitaggio. Il padre però non aveva affatto abbandonato il suo proposito e, reso furioso dalla sparizione della figlia si gettò con i soldati al suo inseguimento. Anch’egli attraversò il mare e una volta sbarcato si recò in un ostello che ospitava gli stranieri; qui pagò i servizi ricevuti con il denaro della sua terra, e l’ostessa gli disse che aveva già ricevuto di recente monete con quella forma da una fanciulla e da un prete. Il re poté facilmente ritrovare le tracce della figlia e così riuscì a raggiungerla; e di fronte all’ennesimo rifiuto la uccise con la sua spada. Gli angeli conservarono intatto il suo corpo che venne poi ritrovato e custodito come sacro dal popolo.

Questa leggenda ha la sua origine nell’alto medio Evo ma diviene patrimonio della Chiesa nel 1240 quando Pietro, canonico di Sant’Uberto a Cambrai la trae dalla tradizione orale.  La fanciulla uccisa da un padre uscito di senno divenne così protettrice di tutti coloro che non erano padroni delle loro facoltà mentali; e il primo di essi, testimone del martirio, è il giullare che l’aveva accompagnata, un folle “fuori dagli schemi”, che nell’immaginario medievale incarna una persona il cui discorrere è senza limiti e che può permettersi un certo grado di irresponsabilità.

E appunto da tempi più antichi il luogo della sepoltura di Dinfna diviene meta di pellegrinaggio di malati che appaiono “dominati da forze estranee” oppure “semplici di spirito”. Persone cioè considerate “non responsabili” e descritte come tali con parole antiche ma non senza significato: “simpele”, semplici di spirito, privi di ragione dall’infanzia, oppure “onnoosele”, innocenti, perché ciò che dicevano e facevano non era espressione di volontà, ragione o sentimento. In ogni caso erano persone che richiedevano un accompagnamento nella vita quotidiana e sociale.

I pellegrini si recavano a Geel nella speranza di guarire, provenendo anche da località molto lontane. Nel corso del XIII secolo venne edificata una chiesa per ospitare la tomba della santa e un ostello per dare rifugio ai pellegrini. Essi dovevano rimanere a lungo per partecipare a novene, processioni e veglie di preghiera. Il continuo aumento del flusso dei questuanti richiedeva un’organizzazione sempre più attenta e capillare, tanto che la municipalità si rivolse alle famiglie del luogo perché accettassero di farsi carico dell’assistenza ai pellegrini. Poiché la città di Geel aveva trovato nel culto di Santa Dinfna la propria identità, il proprio valore, l’apporto delle famiglie del luogo fu decisivo nel seguito di questa storia; e quasi dal nulla si generò la forza per rispondere ai bisogni di chi si affidava alla preghiera per guarire.

Forse questa è una spiegazione molto semplice per un evento complesso; ma è certo che dal XIII secolo si sviluppò in quella comunità di uomini una singolare attenzione e capacità di interagire con la sofferenza mentale, di farsene carico e di condividere la vita con chi ne è portatore. I pellegrini divennero sempre più integrati nella comunità: non tornavano quasi mai alle loro case. La comunità di Geel affidava ognuno di loro a una famiglia, che prendeva l’obbligo di nutrirlo e di occuparsi dei suoi bisogni. Il capofamiglia era chiamato “le nourissier” (colui che alimenta), l’assistito era chiamato “l’affidato”. Egli partecipava a tutte le attività familiari, a seconda delle sue capacità poteva lavorare nei campi, imparare semplici lavori artigianali, occuparsi della cucina o custodire i bambini. Ogni affidato era libero di muoversi come qualsiasi altra persona, e partecipava alla vita cittadina come tutti gli abitanti; la sua convivenza con gli altri era basata sul consenso e sulla condivisione di ogni esperienza. Abitare, lavorare, intrecciare relazioni, partecipare alla vita culturale: tutti gli aspetti essenziali della vita venivano così sostenuti.

Non vi era una gestione medica dell’assistenza ma l’approccio si fondava sulle competenze che questa particolare comunità aveva elaborato nei secoli spontaneamente, attraverso l’esperienza concreta della relazione.

In epoca napoleonica, quando la medicina cominciò a trattare la malattia mentale con un approccio scientifico, molti esperti andarono a visitare Geel. Era l’epoca in cui cominciavano a sorgere i manicomi dove si assistevano i folli e i “minorati”, si intendeva guarirli con pratiche mediche spesso profondamente invasive, e comunque sempre li si segregava dal rapporto con la società in istituzioni “totali”. Geel forniva l’esempio di una strada completamente diversa, un approccio che richiedeva competenze e capacità umane molto differenziate e soprattutto si basava sull’inclusione. Per tutto il XIX secolo vi fu una processione dei medici in visita alla “città dei folli”. Essi dovettero constatare il valore di quell’esperienza; era grande la meraviglia nel testimoniare quanta ricchezza umana, quanta capacità di gestire relazioni si era accumulata in una società lontana dal mondo intellettuale dell’epoca. Anche medici italiani come l’alienista Serafino Biffi visitarono Geel, cercando di comprendere come una simile esperienza potesse diffondersi altrove.

Queste le sue parole, che descrivono in modo vivido cosa effettivamente avveniva in quelle famiglie:

“non posso a meno di ricordare una povera famiglia di calzolajo che trovavasi in casa un erculeo marinajo matto da gran pezzo, capriccioso e facile al furore; e bene la padrona di casa, una povera vecchierella curva e mingherlina, lo guidava come un fanciullo, ed era bello vedere come con poche parole che gli dirigeva con un tono di bontà e insieme di sicurezza, su l’instante gli faceva cadere ogni ira, come cala una vela se improvvisamente si tace il vento.”

I tentativi di replicare l’esperienza di Geel andarono a vuoto; ma quale ne era il segreto, quale ingrediente mancava alle altre “colonie” che volevano riprodurre quella relazione?

Geel, la città dei folli, si era costituita nei secoli su quella esperienza religiosa e sociale insieme. In fin dei conti su una visione dell’uomo, su un cammino di fede che era seguito dall’intera comunità. Nulla era estraneo a questa esperienza, e tutto concorreva all’inclusione dei tanti speciali percorsi in un’unica geografia dell’anima.

Oggi di tutto questo è rimasto qualcosa di più di un ricordo. Esistono ancora famiglie che si occupano degli affidamenti all’interno di un tessuto ormai decisamente urbano e moderno. Ora l’esperienza dell’affidamento è condivisa con le figure mediche che si occupano della cura dei pazienti. Lo psichiatra di Geel Lode Weins per esempio è però ancora consapevole della peculiarità di questa esperienza, e dice: “sembra esistere un genius loci, una sorta di mentalità prevalente  nella città pervasa di tolleranza e tatto verso coloro che esprimono con evidenza la propria diversità. Qui il paziente è un commensale altrimenti dotato, un compagno di casa e di vita , ma ferito e vulnerabile. Si è costituito un delicato equilibrio fra le famiglie affidatarie che forniscono vitto e alloggio e il resto della popolazione locale che accetta e integra le persone : un equilibrio necessario, fondato su una storia riconosciuta”.

Possiamo ancora trarre un senso da questi sette secoli ininterrotti in cui si é accumulato un sapere, una capacità pratica di tessere relazioni. E forse possiamo ancora ricordare Santa Dinfna il 30 maggio.

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