Le qualità curative dell’ascolto profondo. Un’esperienza attraverso pensare, sentire, volere

Conferenza di Bart Vanmechelen 26.08.2022                                            Scuola Novalis – San Vendemiano

 

Vorrei cominciare con una poesia di Hans Børli; si chiama “Una cosa è necessaria”.
“Una cosa è necessaria, qui, in questo nostro duro mondo di gente dispersa e senza casa: prendiate casa entro voi stessi. Camminate nell’oscurità e pulite la fuliggine che offusca la vostra lampada, cosicché le persone nelle strade possano intravedere la luce nei vostri occhi abitati.”

Dunque, come possiamo mantenere vive queste nostre esperienze interiori? Come facciamo a pulire la fuliggine dalla nostra lampada? Come possiamo essere presenti? Come riuscire a essere presenti in tutto quello che dobbiamo fare, esserci per i bambini, per la loro cura, esserci per i genitori, gestire le tensioni fra i colleghi. Come possiamo riuscire a tenere tutto insieme? E allo stesso tempo, interiormente, come possiamo mantenere questa presenza ed essere aperti a quello che succede, essere nel momento presente?

Come già Lucy Battistuzzi ha menzionato nell’introduzione, anche io seguirò il corso della biografia di Rudolf Steiner perché ci può insegnare molto, perché lui stesso ha sviluppato dentro di sé queste capacità.

E cominceremo a farlo attraverso le parole di una persona, Friedrich Rittelmeyer, che doveva incontrare Steiner, aveva un appuntamento con lui e quindi descrive nelle parole che ora leggeremo il suo incontro con Steiner. Il libro in cui potete trovare questo brano è “Lo sguardo terapeutico” di Peter Selg.

Dice Ritterlmeyer: “Di sopra dalla porta socchiusa si poteva vedere Rudolf Steiner, che aveva appena congedato un altro ospite e mi guardava con estrema attenzione mentre salivo lentamente le scale. Non ho mai visto nessuno osservare un uomo così attentamente come sapeva fare lui. Era come se, del tutto immobile, ma con totale e spregiudicata dedizione egli ricreasse l’altro entro un sottile elemento della propria anima che offriva a tale scopo. Non era un riflettere sull’altro, quanto piuttosto un ricreare spirituale interiore in cui l’intero divenire dell’altro poteva manifestarsi.

Penso che sia stato un momento molto speciale, particolare, per Friedrich Rittelmeyer, che ha percepito se stesso, interiormente ricreato entro la dimensione animico – spirituale di Rudolf Steiner. Però tutti noi sperimentiamo questi piccoli momenti in cui il bambino si apre, si arrende e si manifesta a noi in tutto il suo modo di essere.

E come possiamo sviluppare questa capacità di osservare, ma non solo di osservare, di essere lì presenti in questo modo così aperto?

Io ricordo un momento che per me è stato particolarmente rivelatore, in cui ho avuto questa esperienza di cogliere la natura di un bambino e mi rendo conto che in questo momento ci sono due componenti: una proviene dalle mie personali capacità, ma l’altra è come una benedizione che viene dall’alto, che mi arriva come un dono.

Vi racconterò la storia di Jens che vive nel centro in cui lavoro in Belgio. Jens non può parlare, però è molto sveglio, sa sempre quello che succede. Sa dove sono tutti, cosa stanno facendo, chi c’è intorno. Lui percepisce sempre tutto.

Usa una sedia a rotelle. E all’epoca in cui è avvenuta la storia che vi racconterò, non era in grado ancora di spingere da solo la sua sedia a rotelle.

Un mattino ero nel mio ufficio, ero molto impegnato; tutti i bambini si erano ritrovati nella grande sala per l’apertura del mattino con canti, musica e via dicendo. E dopo questo momento corale tutti i bambini andavano verso le loro classi e dovevano passare proprio davanti al mio ufficio.

La porta del mio ufficio era chiusa, però io sento Jens che nel corridoio cerca di salutarmi. E allora Elena, che era una delle collaboratrici che stava spingendo la sedia di Jens, dice: “No, no, non disturbiamo Bart. Andiamo a lavorare.” E questo era vero, era sensato. Perché dopo questo momento di apertura corale, se non si aiuta Jens a rientrare e andare a lavorare e a concentrarsi, lui rimane disperso nell’ambiente.

Qualche giorno dopo succede la stessa cosa, però questa volta Jens era accompagnato dalla logopedista.

La porta era chiusa e di nuovo io sento Jens che saluta. E allora Lisbeth, che è la terapista della parola, dice “Ah, Jens, vuoi salutare Bart?” e quindi bussa alla mia porta. Così apro la porta e do la mano a Jens. E che succede? Lui era così sopraffatto, eccitato dal fatto che Bart stava per andare a dargli la mano, si è spaventato. Però poi si è tranquillizzato Ci siamo stretti la mano e gli ho detto benvenuto, buona giornata. E poi lui è andato a fare il suo lavoro. Il giorno dopo, in tarda mattinata, ero lì che camminavo e dall’altro lato del corridoio sento Jens che chiama “Ba’”. Era la prima volta che lui cercava di dire il mio nome così, Bà! E da allora ha provato a pronunciare il nome di tutti i vari collaboratori che lavorano nell’istituto.

E il giorno dopo, nel nostro incontro fra educatori ci siamo confrontati su questo, perché tutti si sono accorti che per la prima volta Jens aveva detto i nomi di ciascuno.

Adesso confrontiamo queste due situazioni. Nella prima Helen ha fatto la cosa giusta perché ha rispettato
la routine e ha portato Jens a lavorare. Nella seconda situazione Lisbeth ha fatto anche lei la cosa giusta,
perché ha riconosciuto questo desiderio di Jens di salutare Barth e nel mezzo c’era Barth che questa volta
era pronto, si era preparato.
E quello che voglio illustrare con questo esempio è che noi ci possiamo preparare per questi preziosi momenti. Però non possiamo sapere prima qual è la cosa giusta da fare. Essa vive nella nostra volontà.

E a volte, è in una frazione di secondo che si deve decidere: “No, adesso non faccio quello che ho già programmato, predisposto. Faccio una cosa diversa”. E so che tutti voi avrete certamente avuto esperienze
di questo tipo.

E a volte, quando abbiamo delle visite di altri educatori di centri diurni che magari non sono antroposofici, ci viene chiesto: ma allora qual è la differenza? I bambini sono gli stessi, magari due anni fa erano da noi, adesso sono da voi. Che cosa cambia?

E a volte, quando questo succede, io parlo di intuizione, perché in realtà sappiamo tutti che cosa succede quando si entra in una classe oppure quando si entra in un gruppo di un centro diurno, un gruppo di ragazzi che lavorano insieme e via dicendo. Tante volte, quando si arriva la prima volta, si è sopraffatti dalle impressioni sensoriali. Non si sa più a che cosa rivolgere la propria attenzione, a cosa prestare attenzione, che cosa è importante fare. Io stesso l’ho sperimentato.

Con i colleghi di altre istituzioni abbiamo fatto un giro e abbiamo visto il modo in cui loro potevano relazionarsi con i ragazzi, un modo che aveva una certa qualità, perché avevano anche loro esperienza.

E l’unica vera differenza fra noi e voi, ho detto ai colleghi, è che noi cerchiamo e vogliamo sviluppare consapevolmente questa capacità di intuizione. E questo è un lavoro interiore che noi facciamo.

Se studiamo la biografia di Rudolf Steiner, in alcuni passaggi lui descrive le fasi e le modalità con cui lui stesso ha sviluppato queste capacità.

Per esempio, parla di suo fratello, che era di cinque anni più piccolo e aveva problemi di udito, Gustav Steiner.

E poi racconta spesso di come lui, come giovane insegnante, ha lavorato mentre stava ancora studiando come tutore presso una famiglia nella quale c’era un ragazzo con difficoltà di apprendimento, Otto Specht. Steiner descrive tante volte le modalità della preparazione di queste lezioni. Il tempo impiegato per la preparazione era il triplo del tempo in cui veramente lavorava con il bambino. Doveva prepararsi 3 ore per lavorare una sola ora con lui.

E allo stesso tempo la sua ricerca andava nella stessa direzione che è stata citata prima da Claudia e Stefan, cioè le condizioni per cui l’animico- spirituale può scendere nella fisicità, nella corporeità del bambino e permettere così lo sviluppo e l’apprendimento.

E tante volte alla fine delle conferenze, quando Rudolf Steiner era veramente esausto, arrivavano dei genitori o delle persone a chiedergli consiglio. Si racconta, sempre nel libro di Selg sono descritti vari episodi, in particolare uno in cui arriva una madre e chiede aiuto per il bambino. Ma Steiner non ce la fa, è proprio esausto, non riesce a dare un aiuto fino a che non vede il bambino e a quel punto tutta la fatica si scioglie e Steiner riesce a percepire in un attimo, riesce ad avere un’intuizione dell’immagine del bambino stesso.

Una cosa analoga la descrive anche nel corso di pedagogia curativa.

Ora leggiamo un pezzettino della decima conferenza del corso di pedagogia curativa. Ed è il momento in cui Steiner aveva chiesto ai presenti “quando io vi ho detto di appurare con la madre che cosa era successo, se c’era stata una malattia intorno ai tre anni di vita di questo bambino e voi l’avete appurato, poi cosa avete fatto?

E gli educatori, perché i presenti erano attivi, erano tutti un po’ nervosi rispetto a questa domanda. E qualcuno ha detto “Ma non lo so, non lo conosco molto bene, questo bambino non l’ho compreso”. Non avevano una risposta pronta.

Allora Steiner gli ha parlato della capacità di essere completamente presenti, dello stare nell’attenzione, nel momento presente. E non solo rispetto alla relazione, ma anche rispetto a tutti i dettagli che sono nel contesto, anche questo è importante.

Non è importante la quantità di tempo impiegata, ma l’intensità con cui ci si collega interiormente alle cose. Proprio nelle professioni spirituali si risparmierà molto tempo se si terrà presente che è davvero necessario collegarsi interiormente con i fenomeni.

Voglio sottolineare a questo proposito l’importanza del corso di pedagogia curativa: è importante leggerlo insieme ai colleghi, parlandone proprio per provare a seguire come si sposta l’attenzione di Rudolf Steiner, dove si dirige, che percorso fa? Questo ci può guidare a capire qual è il suo percorso interiore per sviluppare gli aspetti di percezione.

(Bart disegna un triangolo sulla lavagna)

In questo triangolo cercherò di riassumere quelli che sono per me gli aspetti fondamentali dell’antroposofia e dello studio che si può fare in senso antroposofico, in modo che possa divenire uno strumento anche per noi.

Al vertice abbiamo lo studio, quello che possiamo studiare, quello che possiamo trovare leggendo e studiando le conferenze.

Qui, come dire, ci sono delle descrizioni. Quindi noi possiamo vedere lo sforzo di tradurre in parole comprensibili esperienze che sono sovrasensibili.

E attraverso lo studio noi possiamo anche imparare a descrivere le nostre sensazioni, le nostre esperienze e le nostre percezioni. Perché lo studio ci risveglia e ci offre anche le parole per provare poi a nostra volta a comprendere e descrivere le nostre esperienze.

Ma ugualmente importante è la pratica, ci sono gli esercizi. Steiner ci esorta continuamente a fare esercizi anche piccoli mediante i quali si possa affinare il nostro pensiero, rendere più percettivo il nostro sentire e rafforzare il nostro volere. Abbiamo fatto qui tanti esercizi e ne faremo ancora altri domani. Quindi all’altro vertice c’è la realizzazione. Realizzare, portare a compimento. E quindi cosa vuol dire? Vuol dire mettere in pratica tutto quello che abbiamo letto, imparato, percepito. Lo dobbiamo mettere in pratica perché altrimenti il nostro sviluppo subirà un rallentamento. Dobbiamo assolutamente metterlo in pratica. È un passo fondamentale. Sì, in inglese la parola realizzare ha anche un altro significato: io mi realizzo. C’è anche questo significato nel realizzare, nel portare a compimento: posso dire che con questo processo io posso individualizzare l’antroposofia, cioè renderla mia, individuale.

E poi c’è anche un altro aspetto, l’aspetto della retrospettiva. Perché attraverso la retrospettiva del mio vissuto, della mia giornata, io posso imparare da me stesso, dal mio stesso percorso.

E l’ultimo elemento che metto al centro, che per me è molto importante io lo chiamo meditazione. Alla fine di questa di questa conferenza spero che avremo il tempo di fare un esercizio che ci permetta di capire che cosa si intende con la parola meditazione nell’ambito antroposofico.

Nel corso di pedagogia curativa tante volte Steiner usa questo termine perché dice: “Osservate questo, poi portatelo dentro di voi e riflettete, meditate. Coglietelo in un atteggiamento meditativo, contemplativo”.

E c’è tanto ancora da dire, però queste sono le basi per capire: quando si parla del percorso spirituale di evoluzione individuale, dal punto di vista antroposofico, che cosa si intende?

Che cos’altro c’è nel corso di pedagogia curativa per noi educatori?

Rudolf Steiner, attraverso le sue osservazioni, chiarisce alcune leggi spirituali dello sviluppo.

Do per scontato che tutti abbiano una familiarità con l’immagine dell’uomo quadripartito. Dobbiamo anche tenere presente come questi quattro corpi costitutivi si liberino e si rendano disponibili per il bambino nel progredire dei settenni. Grazie alle conferenze del corso di pedagogia curativa possiamo imparare a conoscere un’altra dimensione.

E poi c’è anche dell’altro: come possiamo creare le circostanze, creare l’ambiente entro il quale il bambino possa fare le sue esperienze. E tanto è già stato detto e sperimentato con Claudia e Stefan.

Forse poi torneremo su questo domani con gli esercizi pratici. Però intanto riflettiamo un attimo sul bambino che ancora non è nato, è nel ventre materno. Il corpo materno permette al bambino di discendere nell’esistenza terrena, dal cosmo, dai piani spirituali.

Poi il bambino nasce e nel primo settennio il bambino rende proprio, individualizza il corpo fisico. E quindi si familiarizza con tutto quello che caratterizza l’esperienza terrena, quindi la gravità, il peso, le dimensioni entro le quali ci possiamo muovere. E via dicendo. Però quali sono le circostanze? Qual è l’ambiente che sta intorno a lui e che gli permette più o meno di integrare il corpo fisico, di individualizzarlo? È proprio questo ambiente circostante che nel primo settennio, come dire, viene dopo il corpo materno che prima della nascita rappresentava l’ambiente; adesso é l’ambiente esterno.

E se pensiamo alla legge pedagogica cosa c'è in questo ambiente esterno? Che cosa, che significato ha? Nel
primo settennio troviamo l’elemento della cura. Sono le forze eteriche che noi nutriamo intorno al bambino attraverso la nostra famiglia, attraverso le buone abitudini che stabiliamo, i buoni ritmi e via dicendo. Allora
guardiamo al nostro lavoro quotidiano. Come possiamo creare le circostanze adatte?

E questo lo lasciamo in sospeso, è una domanda.

Poi cosa succede nel secondo settennio? Qual è il compito del bambino? Adesso il bambino vuole integrare le sue forze eteriche che ha sviluppato, e individualizzare le sue abitudini. E lo fa entrando nel mondo della scuola, imparando a leggere, imparando a scrivere, a fare di conto e via dicendo.

E qui, dalla periferia, che cosa possiamo offrire per accompagnare il bambino in questa fase?

È la ricchezza del nostro mondo animico, è l’aspetto astrale che noi portiamo attraverso le storie, la ricchezza delle storie che raccontiamo e via dicendo, i colori, la musica.

Tutto questo è l’aspetto astrale che circonda e accompagna il bambino nel secondo settennio.

E poi nel terzo settennio, quando il ragazzo vuole sviluppare la propria vita animica autonoma nella nostra periferia, noi in quanto periferia, per sostenerlo che forze mettiamo in campo? È ciò che chiamiamo le forze dell’io, l’organizzazione dell’io. Ma concretamente che cosa vuol dire? Che cosa portiamo incontro al ragazzo? Presenza di spirito, l’essere autentici, essere veri. Quindi se siamo maestri, identificandoci come tali, allora portiamo una materia: dobbiamo essere davvero fondati in questa materia. E allo stesso tempo dobbiamo essere completamente aperti per poter dare il benvenuto al ragazzo affinché possa manifestarsi e possa poi riflettere ed essere riflesso. E possa sentirsi visto pienamente e profondamente fino agli aspetti più profondi della sua anima.

E questo, secondo me, è davvero un tesoro che possiamo trarre dal corso di pedagogia curativa e che possiamo osservare e sperimentare nelle cose quotidiane più piccole. E lo possiamo anche vedere attraverso le parole di Steiner che ci porta esempi pratici.

E poi Steiner ci chiama anche a fare qualcosa. Ci richiama qui in maniera particolare, perché in tutta la antroposofia c’è un richiamo allo sviluppo e all’auto educazione; però qui, nel corso di pedagogia curativa, c’è un richiamo ulteriore che si approfondisce ancora di più perché noi siamo chiamati a sviluppare dei talenti che poi metteremo al servizio di un altro essere umano.

E Rudolf Steiner ci sfida, con degli ideali molto elevati che non sono semplici da afferrare. E ci invita anche a mettere in pratica, a metterci veramente in gioco e a osservare, a chiederci: ma questo bambino cosa porta? Cosa porta sulla terra dalle sue esistenze precedenti, dalle sue vite precedenti?

E possiamo anche vedere come il bambino porti questi elementi. Abbiamo già detto come questo avvenga nel sociale; però possiamo vedere in ogni aspetto della sua vita e della sua biografia come lui li porti, li renda evidenti.

Possiamo imparare a riconoscere questo elemento. Per esempio, penso a un ragazzo che era presso di noi, James. In diversi momenti della vita di James, io ho potuto parlare con i suoi genitori, e questo soprattutto nei momenti più delicati in cui James avrebbe potuto passare la soglia. Ed era proprio lì lì, perché James è stato molte volte in questa situazione di soglia nella sua vita. E due cose mi hanno toccato particolarmente. La prima era la storia della madre. Lei mi ha detto: “Io sono nata in una famiglia molto ricca, i miei genitori erano proprietari di una grande ditta di tabacco in Belgio; sono cresciuta un po’ in una torre d’avorio, separata dalla società in un certo senso. Ed è grazie a James che il mio mondo si è aperto: perché ho dovuto chiedere aiuto e così ho potuto incontrare tante persone che senza James non avrei mai incontrato.”

E ho dimenticato di dirvi che James non poteva parlare e non poteva compiere movimenti volontari per fare qualcosa; però era sempre presente, la sua coscienza era sveglia. Molto spesso anche la notte lui rimaneva in questo stato di coscienza molto vigile. E la seconda cosa che mi ha toccato profondamente é la storia del padre, oltre a quella della madre. Il padre ha raccontato che spesso faceva tardi la sera. Era proprietario di una grande ditta e quando tornava a casa la moglie era già addormentata; lui andava a vedere tutti i bambini come stavano e James era sempre sveglio. “E noi abbiamo vissuto così tanti momenti difficili, io e James”, diceva il padre. E qualche volta accadeva questo: “James quindi è completamente sveglio. Però quando la notte vado e mi siedo accanto a lui, sul letto, lì posso essere veramente presente per lui. E io mi sento percepito fin nelle profondità della mia anima e solo allora posso andare a dormire. E il mattino dopo so che cosa devo fare.”

E questo è solo un esempio dei tantissimi che ci mostrano chiaramente come, con quale forza le persone con necessità specifiche portino degli impulsi di cambiamento sociale nel mondo. E vi potrei portare migliaia di esempi. E se penso a tutte le nostre realtà non ce n’è una che non è nata proprio per via di questi impulsi portati da qualcuno. E come possiamo sviluppare un occhio per questa capacità?

Ci sono degli esercizi che possiamo fare e Steiner ce li ha donati. Come possiamo fare a guardare con il cuore? Come possiamo impregnare d’amore il modo con cui guardiamo al bambino? Perché nell’amore possiamo creare questo spazio per lo sviluppo. Possiamo creare uno spazio per osservare la vera essenza del bambino, il vero essere spirituale che con lui si manifesta. E il nostro punto di partenza è lo stesso di qualsiasi altra ricerca o progetto di ricerca scientifico: “Io non lo so” Ogni mattina noi abbiamo il coraggio e la fiducia di fare un passo dentro questo “non lo so proprio, non lo so”. Allora vuol dire che se entro in questa dimensione devo essere per forza assolutamente presente per poter imparare. Devo poter aprire tutti i miei sensi, a cominciare da un interesse pieno e incondizionato per il bambino. E dobbiamo anche provare meraviglia, e lasciare che il bambino si riveli a noi. Per fare questo bisogna essere interiormente molto flessibili. Si deve abbandonare quello che ho imparato prima. Devo mettere da parte la mia prospettiva o quello che già so.

Domani faremo degli esercizi per capire come possiamo sviluppare la capacità di lavorare in un gruppo fra colleghi con abilità e talenti diversi: come possiamo armonizzare le diverse prospettive e i diversi punti di vista di tutti? È una specie di pulizia animica, un po’ come fare le pulizie di primavera nella nostra anima per renderla più trasparente. In un linguaggio moderno spesso si parla di risonanza, ovvero di come creare le condizioni per entrare in uno spazio di risonanza con il bambino. E poi, andando avanti nell’età adulta della persona questo diventa reciprocità: io porto qualcosa a te, tu porti qualcosa a me e insieme impariamo.

E le condizioni per poter fare tutto questo sono quelle che Rudolf Steiner cita nel suo libro “L’iniziazione”.
Sono proprio quelle le capacità di cui abbiamo bisogno nel nostro lavoro quotidiano.

Prima condizione:

Aver cura della nostra salute fisica e mentale. E non siamo mai, ovviamente al 100% sani. Lo stato di salute è sempre una costante ricerca di equilibrio. È un po’ buffo, ma cominciamo intanto a non fare quello che ci fa male. Come dire, cerchiamo di essere moderati con noi stessi.

Seconda condizione:

Io sono parte di un tutto, sono parte di qualcosa intorno a me, all’interno del quale io mi trovo e che mi appartiene, in cui anche io mi ritrovo. E cioè, in un certo senso dipendo da quello che ho intorno a me. Per esempio, io posso pensare a chi, in questo momento, sta lavorando molto per me. Cose molto concrete, molto pratiche. Siamo qui: chi sta lavorando per noi e ci sta aiutando? Ci sono le luci accese. Come, com’è possibile? Chi ha reso questo possibile? E posso pensare al passato, a tutta la storia che c’è dietro le luci accese, ma anche al momento presente, concretamente, ora. Chi mi sostiene? Chi rende possibile che io sia qui. E io per chi lavoro? Certo, non solo per i bambini: lavoro anche per i miei colleghi, per i genitori, per tutta la famiglia. E non solo nell’ambito del lavoro, tutto quello che faccio ha delle conseguenze per qualcuno che è intorno a me. Quindi dobbiamo sempre portare con noi questa cura, questa coscienza della periferia, che ci sostiene, ci porta, ma contiene anche tanti misteri.

Terza condizione:

I miei pensieri e i miei sentimenti sono ugualmente importanti per il mondo quanto le mie azioni. E io mi faccio carico della responsabilità, mi assumo la responsabilità per ciò che penso: per la qualità dei miei pensieri, per la chiarezza dei miei pensieri e anche per la loro veracità. E rispetto alle qualità del mio sentimento me ne carico la responsabilità, o magari agisco d’impulso emotivamente? oppure invece cerco di modulare i miei sentimenti, di mettermi in una dimensione in cui posso imparare dai sentimenti che provo e dallo scambio di sentimenti con coloro che mi circondano. E si potrebbe parlare per tantissimo tempo di che cosa succede quando veramente mettiamo in pratica queste cose, per esempio nel lavoro di un collegio o di un gruppo, o del gruppo di colleghi con cui lavoriamo. Ma poi lo vedremo domani negli esercizi.

E poi la quarta condizione va di conseguenza.

L’essenza del nostro essere umani è trovare noi stessi nella nostra vera interiorità, non fuori, non nella periferia o nell’apparenza esteriore. E fra parentesi questa cosa si può dire anche delle nostre scuole e delle nostre iniziative. Come possiamo avere cura dell’impulso profondo delle nostre iniziative?

Quinta condizione.

Ogni volta che prendo una decisione la porto fino in fondo. E non è una testardaggine. E’ invece l’essere pronti ad assumersi le responsabilità e farsi carico delle conseguenze delle nostre azioni. E questo è fondamentale nei confronti dei bambini, affinché essi possano contare su di me. Se dico che faremo una cosa, devono poter riporre fiducia nel fatto che veramente faremo questa cosa.

E la sesta condizione che conosciamo molto bene dal nostro lavoro quotidiano è la gratitudine.

La gratitudine è anche alla base delle feste dell’anno. Ci si può chiedere perché celebriamo tutte queste feste nel corso dell’anno. E vi invito a riflettere su come le feste dell’anno non siano solo una tradizione. E per ogni festa io posso essere cosciente di qual è l’esperienza che voglio portare incontro ai bambini. E allo stesso tempo nelle feste posso anche celebrare uno dei miei talenti professionali. Questo per me, per esempio, è un dono che ho ricevuto da San Nicola, impersonando San Nicola. In Belgio San Nicola è una festa molto importante. Io, avendo una certa statura, avevo l’onore di impersonare San Nicola, che è veramente una personalità esaltante. E per me è stato veramente difficile. Mi piaceva molto di più stare con i bambini, giocare, scartare i regali. Invece no, dovevo essere San Nicola. E quindi mi sono messo gli abiti di San Nicola. Mi sono guardato allo specchio. E tutta la mia esperienza di bambino guardandomi allo specchio mi si è riproposta, mi è ritornata di fronte. E mi sono ricordato di come San Nicola mi abbia percepito, mi abbia visto da bambino. Cosa succede nella festa dei bambini? Ci si trova nella grande sala. Là c’è San Nicola e i bambini ancora non ci sono e arrivano piano piano cantando verso San Nicola. Perché c’è
come dire un presupposto particolare della festa di San Nicola che noi in Italia non abbiamo. Chi impersona San Nicola conosce già i bambini, quindi la festa viene preparata prima. Ogni bambino va dunque a incontrare San Nicola e chi lo personifica potrà dirgli qualcosa di speciale, perché sa qualcosa di lui. E il regalo che San Nicola darà al bambino è qualcosa di cui il bambino avrà proprio bisogno per fare un passo ulteriore nella sua vita e nella sua biografia. E’ un’esperienza molto toccante, molto profonda. Qualcuno ha detto prima: “Sì, mi sono sentito visto da San Nicola quando ero un bambino. “ E’ una grande responsabilità. Quindi cosa è successo a me quando rappresentavo San Nicola? Il bambino è venuto da San Nicola e l’esperienza del bambino era di esser visto da San Nicola, non da Bart. Proprio in quel momento, qualcosa si è risvegliato dentro di me. E in che modo questo ha a che fare con la mia capacità? Sono capace di percepire il bambino nel suo vero essere? Ne ho discusso con i miei colleghi: possiamo celebrare la festa di San Nicola non come una tradizione, ma come il momento in cui onoriamo la nostra capacità di pedagoghi, la capacità di cogliere il bambino nella sua vera essenza, di guardarlo con amore. Questo è il
significato rinnovato che possiamo dare a questa festa: è un grande compito.

E naturalmente ogni festa ha i suoi segreti. E non c’è una ricetta che vale per tutti. Però possiamo confrontarci con i nostri colleghi. E, come dire, fare il nostro percorso personale autonomo: qual è la festa a cui sentiamo di dare un significato rinnovato? Per esempio, San Michele. Che significato vogliamo dargli?

E vorrei concludere con un esercizio dato da Rudolf Steiner che probabilmente tutti conoscete già. Lo vorrei collocare nel contesto di tutto quello che ci siamo detti finora.

Nel corso di pedagogia curativa, tante volte Steiner ci esorta, ci incoraggia a riconoscere che noi abbiamo molte più esperienze riguardo all’incontro con l’aspetto spirituale del bambino di quante pensiamo di avere. E quindi ci incoraggia ad essere attivi in questo. E domani torneremo su degli esercizi pratici. Però adesso vorrei condividere con voi l’esercizio di meditazione fondamentale per la nostra professione, e lo vorrei mettere in relazione con una via per imparare dalla nostra biografia.

Invito tutti voi a farlo stanotte e domani mattina. Rudolf Steiner ci ha dato la meditazione del punto cerchio, e la introduce invitando le persone a fare ogni sera una retrospettiva della giornata. E questo per me è ciò che intendo per imparare dalla nostra biografia. C’è talmente tanta saggezza nelle esperienze che ci vengono incontro durante il giorno, che non possiamo coglierla con la nostra coscienza. Ed era già anche negli esercizi che abbiamo fatto prima. Per quello penso che sia importante e potente fare questa meditazione stanotte e domani mattina. Richiede pratica, esercizio per riuscire a fare entrambi i movimenti dell’anima allo stesso tempo ed ora chiarirò cosa significa. Non importa se uno ha più o meno esperienza, ciò che conta è che comunque per noi sarà importante, perché quello che noi sperimenteremo rispecchia il momento in cui ci troviamo. Ciò che abbiamo letto prima sull’importanza dell’intensità, adesso sarà enfatizzato dal fatto che ci possiamo dire: “è proprio importante che facciamo questo esercizio”. E l’altro gesto è: mi lascio andare e ho fiducia che mi arriverà un sostegno. Questo sostegno viene dalla periferia. Tutto ciò che ho detto finora, a che cosa mi porta? Cosa mi conduce e cosa fa sì che io possa essere qui e che tutti voi siate qui? Cosa fa sì che tutto ciò che io ho incontrato oggi fosse proprio lì e che io l’abbia potuto incontrare? E questo è racchiuso ed espresso nella parola DIO.

Noi non necessariamente siamo tutti cresciuti con la parola Dio o con una religione nella nostra vita. Ma cerchiamo di prendere questa parola Dio nell’accezione di un’entità che ha reso possibile che tutte le cose siano collegate. E l’altro aspetto è che tutte le cose sono state create. Non sono arrivate così da un momento all’altro, c’è dietro un processo di creazione. Anche questo Io lo racchiudo nella parola Dio. Quindi Steiner descrive due immagini, una per la sera e una per la mattina. La prima cosa da fare è la retrospettiva serale: guardare indietro alla giornata trascorsa, come se si stesse in cima a una montagna e si guardasse la vallata degli eventi della giornata. E si fa in direzione inversa, partendo dalla sera, e andando a ritroso verso la mattina. Non c’è bisogno di soffermarsi su tutti i dettagli, si può semplicemente fluire fra i vari momenti che si sono succeduti solo osservando. E poi portiamo davanti alla nostra coscienza l’immagine di un punto giallo e intorno un cerchio blu, come qualcosa che racchiude. Ecco, qui sono io. E poi interiormente pronunciamo la frase: “Dio è in me. In me é Dio”. E quindi si tratta solo di creare questa immagine del cerchio blu e del punto giallo e sentire questa frase e poi lasciarli risuonare nella nostra coscienza, davanti alla nostra attenzione. E poi lasciamo andare. Quando ci svegliamo il mattino dopo la prima cosa che facciamo sarà portare di fronte alla nostra anima l’altra immagine, che é l’opposto: è un punto blu e una circonferenza gialla. Bisogna fare attenzione alle qualità del blu in un punto e del giallo in un cerchio. Poi lasciamo risuonare nella nostra anima la frase:” Io sono in Dio”. Anche la frase è l’opposto della meditazione della sera. E Steiner dice: “Il giallo del cerchio irradia verso la mia giornata”. E questa volta, invece della retrospettiva su ciò che è accaduto, posso avere una prospettiva sulla giornata che mi aspetta. E, come dire, la qualità della parola Dio è lì, nel significare che sono pronto a incontrare ciò che mi aspetta nel mondo, ciò che mi verrà incontro nel mondo e mi permetterà di portare dei frutti. Cambierà la vostra vita. E’ così perché poi andrete al vostro lavoro, incontrerete il vostro collega e saprete che lui è importante per voi, e gli potrete dire anche interiormente: grazie di essere venuto stamattina.

E vorrei finire con la mia citazione preferita da Rudolf Steiner. È una sfida per il traduttore:

“bisogna iniziare”

E ha due significati: iniziate con semplicità e poi, semplicemente, iniziate.

E vorrei aggiungere qualcosa sulla serata di domani, perché domani ci sarà una lezione di classe. Fa parte delle lezioni che sono state date da Steiner per coloro che erano attivi all’interno della Libera Università di Scienza dello Spirito. E la Libera Università di Scienza dello Spirito è lì per ognuno di noi. Steiner ha creato questa Libera Università e le lezioni e le conseguenti conferenze sono proprio per coloro che vogliono realizzare l’antroposofia nella loro vita e nella loro professione. E quindi coloro che ancora non hanno avuto l’opportunità di diventar parte di questo lavoro sono invitati a prender parte alla presentazione aperta tenuta da me, cosicché possiate comprendere di che si tratta, che cosa vuol dire mettersi in gioco, partecipare a questa ricerca, questo lavoro.

Sette secoli per una comunità di vita

di Roberta Tazzioli – La Monda

Nel cuore del Medio Evo si sono raccolte le più varie storie di santi le cui vite hanno l’atmosfera dei miti più antichi. Fra di essi si annovera la storia di Santa Dinfna (o Dimpna), che viene celebrata dalla Chiesa il 30 maggio. Non è una storia conchiusa nelle oscurità di un tempo così antico: anzi, non è mai finita, e in qualche modo parla di noi.

 

La leggenda racconta che Dinfna era figlia di un re pagano d’Irlanda; il suo nome ha una remota affinità con il vocabolo celtico Damnat, che indica la giovane cerbiatta. La regina sua madre si era convertita al cristianesimo. Il re era profondamente innamorato della moglie che però disgraziatamente morì all’improvviso. Il re perse il senno per il dolore e vedendo nella figlia le fattezze della moglie scomparsa pretese di sposarla. La fanciulla si consigliò con il sacerdote Gerebern, che l’aveva battezzata; egli organizzò la loro fuga insieme al giullare di corte. Presero una piccola barca e con quella attraversarono il mare fino a raggiungere le terre fiamminghe, nei pressi di Anversa. Qui la fanciulla si rifugiò nella foresta, nei pressi della località in cui oggi sorge la piccola città di Geel, desiderando dedicare la sua vita alla preghiera e all’eremitaggio. Il padre però non aveva affatto abbandonato il suo proposito e, reso furioso dalla sparizione della figlia si gettò con i soldati al suo inseguimento. Anch’egli attraversò il mare e una volta sbarcato si recò in un ostello che ospitava gli stranieri; qui pagò i servizi ricevuti con il denaro della sua terra, e l’ostessa gli disse che aveva già ricevuto di recente monete con quella forma da una fanciulla e da un prete. Il re poté facilmente ritrovare le tracce della figlia e così riuscì a raggiungerla; e di fronte all’ennesimo rifiuto la uccise con la sua spada. Gli angeli conservarono intatto il suo corpo che venne poi ritrovato e custodito come sacro dal popolo.

Questa leggenda ha la sua origine nell’alto medio Evo ma diviene patrimonio della Chiesa nel 1240 quando Pietro, canonico di Sant’Uberto a Cambrai la trae dalla tradizione orale.  La fanciulla uccisa da un padre uscito di senno divenne così protettrice di tutti coloro che non erano padroni delle loro facoltà mentali; e il primo di essi, testimone del martirio, è il giullare che l’aveva accompagnata, un folle “fuori dagli schemi”, che nell’immaginario medievale incarna una persona il cui discorrere è senza limiti e che può permettersi un certo grado di irresponsabilità.

E appunto da tempi più antichi il luogo della sepoltura di Dinfna diviene meta di pellegrinaggio di malati che appaiono “dominati da forze estranee” oppure “semplici di spirito”. Persone cioè considerate “non responsabili” e descritte come tali con parole antiche ma non senza significato: “simpele”, semplici di spirito, privi di ragione dall’infanzia, oppure “onnoosele”, innocenti, perché ciò che dicevano e facevano non era espressione di volontà, ragione o sentimento. In ogni caso erano persone che richiedevano un accompagnamento nella vita quotidiana e sociale.

I pellegrini si recavano a Geel nella speranza di guarire, provenendo anche da località molto lontane. Nel corso del XIII secolo venne edificata una chiesa per ospitare la tomba della santa e un ostello per dare rifugio ai pellegrini. Essi dovevano rimanere a lungo per partecipare a novene, processioni e veglie di preghiera. Il continuo aumento del flusso dei questuanti richiedeva un’organizzazione sempre più attenta e capillare, tanto che la municipalità si rivolse alle famiglie del luogo perché accettassero di farsi carico dell’assistenza ai pellegrini. Poiché la città di Geel aveva trovato nel culto di Santa Dinfna la propria identità, il proprio valore, l’apporto delle famiglie del luogo fu decisivo nel seguito di questa storia; e quasi dal nulla si generò la forza per rispondere ai bisogni di chi si affidava alla preghiera per guarire.

Forse questa è una spiegazione molto semplice per un evento complesso; ma è certo che dal XIII secolo si sviluppò in quella comunità di uomini una singolare attenzione e capacità di interagire con la sofferenza mentale, di farsene carico e di condividere la vita con chi ne è portatore. I pellegrini divennero sempre più integrati nella comunità: non tornavano quasi mai alle loro case. La comunità di Geel affidava ognuno di loro a una famiglia, che prendeva l’obbligo di nutrirlo e di occuparsi dei suoi bisogni. Il capofamiglia era chiamato “le nourissier” (colui che alimenta), l’assistito era chiamato “l’affidato”. Egli partecipava a tutte le attività familiari, a seconda delle sue capacità poteva lavorare nei campi, imparare semplici lavori artigianali, occuparsi della cucina o custodire i bambini. Ogni affidato era libero di muoversi come qualsiasi altra persona, e partecipava alla vita cittadina come tutti gli abitanti; la sua convivenza con gli altri era basata sul consenso e sulla condivisione di ogni esperienza. Abitare, lavorare, intrecciare relazioni, partecipare alla vita culturale: tutti gli aspetti essenziali della vita venivano così sostenuti.

Non vi era una gestione medica dell’assistenza ma l’approccio si fondava sulle competenze che questa particolare comunità aveva elaborato nei secoli spontaneamente, attraverso l’esperienza concreta della relazione.

In epoca napoleonica, quando la medicina cominciò a trattare la malattia mentale con un approccio scientifico, molti esperti andarono a visitare Geel. Era l’epoca in cui cominciavano a sorgere i manicomi dove si assistevano i folli e i “minorati”, si intendeva guarirli con pratiche mediche spesso profondamente invasive, e comunque sempre li si segregava dal rapporto con la società in istituzioni “totali”. Geel forniva l’esempio di una strada completamente diversa, un approccio che richiedeva competenze e capacità umane molto differenziate e soprattutto si basava sull’inclusione. Per tutto il XIX secolo vi fu una processione dei medici in visita alla “città dei folli”. Essi dovettero constatare il valore di quell’esperienza; era grande la meraviglia nel testimoniare quanta ricchezza umana, quanta capacità di gestire relazioni si era accumulata in una società lontana dal mondo intellettuale dell’epoca. Anche medici italiani come l’alienista Serafino Biffi visitarono Geel, cercando di comprendere come una simile esperienza potesse diffondersi altrove.

Queste le sue parole, che descrivono in modo vivido cosa effettivamente avveniva in quelle famiglie:

“non posso a meno di ricordare una povera famiglia di calzolajo che trovavasi in casa un erculeo marinajo matto da gran pezzo, capriccioso e facile al furore; e bene la padrona di casa, una povera vecchierella curva e mingherlina, lo guidava come un fanciullo, ed era bello vedere come con poche parole che gli dirigeva con un tono di bontà e insieme di sicurezza, su l’instante gli faceva cadere ogni ira, come cala una vela se improvvisamente si tace il vento.”

I tentativi di replicare l’esperienza di Geel andarono a vuoto; ma quale ne era il segreto, quale ingrediente mancava alle altre “colonie” che volevano riprodurre quella relazione?

Geel, la città dei folli, si era costituita nei secoli su quella esperienza religiosa e sociale insieme. In fin dei conti su una visione dell’uomo, su un cammino di fede che era seguito dall’intera comunità. Nulla era estraneo a questa esperienza, e tutto concorreva all’inclusione dei tanti speciali percorsi in un’unica geografia dell’anima.

Oggi di tutto questo è rimasto qualcosa di più di un ricordo. Esistono ancora famiglie che si occupano degli affidamenti all’interno di un tessuto ormai decisamente urbano e moderno. Ora l’esperienza dell’affidamento è condivisa con le figure mediche che si occupano della cura dei pazienti. Lo psichiatra di Geel Lode Weins per esempio è però ancora consapevole della peculiarità di questa esperienza, e dice: “sembra esistere un genius loci, una sorta di mentalità prevalente  nella città pervasa di tolleranza e tatto verso coloro che esprimono con evidenza la propria diversità. Qui il paziente è un commensale altrimenti dotato, un compagno di casa e di vita , ma ferito e vulnerabile. Si è costituito un delicato equilibrio fra le famiglie affidatarie che forniscono vitto e alloggio e il resto della popolazione locale che accetta e integra le persone : un equilibrio necessario, fondato su una storia riconosciuta”.

Possiamo ancora trarre un senso da questi sette secoli ininterrotti in cui si é accumulato un sapere, una capacità pratica di tessere relazioni. E forse possiamo ancora ricordare Santa Dinfna il 30 maggio.

Il coraggio esoterico per un agire rigenerante sull’umanità. L’agire del cuore.

di Anibal Comparin – Casa Loïc

 

Siamo in un momento nel quale tutti noi siamo chiamati, sollecitati a decidere, a fare scelte per noi stessi o per le persone a noi care, o per quanti si sono affidate alle nostre cure. Ognuno sa le difficoltà e le lotte interiori e anche quelle esteriori che per questo deve affrontare. Il rischio potrebbe essere quello di agire a volte di impulso, a volte per “reazione”, o per costrizione, o anche agire solo di testa, o per paura, paura non solo della malattia, della pandemia in corso ma anche oggi molto forte, paura di perdere il lavoro, di non avere più i mezzi per andare incontro alle proprie necessità ed esigenze economiche. Viviamo senza dubbi un momento di grandi minacce,
personalmente sono del parere che in questo momento ci sia come un “assalto alla dignità di ogni individuo”.
Sono allo stesso tempo certo che non sia questa la prima volta che l’umanità sia di fronte a tali questioni. L’umanità ha attraversato più volte nella storia momenti, periodi, anche lunghi di pandemia, di carestia, di guerre, di costrizioni e tirannie, di schiavitù, di abusi, di sopraffazioni e di minacce di ogni genere. Per questo sono altrettanto certo che in noi vive la capacità e la forza per superare quanto oggi viviamo.

La nascita della pedagogia curativa stessa e dei diversi centri è stata segnata da vicende come la questione sociale con la violenza di carattere razzista; la pubblicazione di leggi che prevedevano la sterilizzazione forzata delle persone affette da debolezza mentale innata; la decimazione sistematica di tutti coloro che hanno un deficit di prestazione o problemi nell’integrazione sociale. Peter Selg nel libro su Ita Wegman, Resistenza spirituale e superamento, scrive:

quando il nazionalsocialismo aveva presso il potere in Germania, Ita Wegman era costantemente preoccupata soprattutto per il futuro dei bambini, dei giovani e degli adulti “handicappati” bisognosi di cure animiche e con ciò anche dello stato e delle prospettive e degli Istituti di pedagogia curativa collegati a lei diretta o indirettamente. […] Nel corso del 1933, ita Wegman divenne sempre più consapevole dell’urgenza straordinaria richiesta dai tempi. Parlò di una attività febbrile prima che si verificassi la grande catastrofe, poiché nel mondo le cose stanno andando molto male.” e ancora, “é come se gli uomini fossero diventati più lenti e paurosi.[1]

In una conferenza, forse la sua ultima, Marcus Fingerle parlando della speranza, diceva:

“la speranza è la capacità di vedere ciò che nessuno vede, di vedere ciò che non è immediatamente visibile, vedere oltre. Dovremmo imparare a guardare la realtà non in senso letterale ma in senso simbolico. Questo è il grande passaggio nella biografia di un essere umano. Vedere le cose in senso letterale vuol dire rimanere abbracciati all’apparenza, a ciò che appare, come le cose vengono viste dalla maggior parte delle persone, come le cose vengono pensate e considerate per lo più, come le cose vengono interpretate dalla maggior parte: questo è il modo letterale secondo il “si pensa, si dice”. Così rimaniamo prigionieri. Considerare la realtà in senso letterale è anche cercare nella realtà la soddisfazione dei nostri desideri, ma anche delle nostre aspirazioni, dei nostri aneliti. Ora la realtà mai potrà soddisfarci, mai soddisferà i nostri aneliti, le nostre aspirazioni. La realtà ci delude sempre. Ma si può considerare la realtà, come diceva Ghoethe, come un simbolo. “Tutto ciò che diviene è un simbolo”. Allora io vedo in ogni cosa qualche altra cosa.”[2]

Giuseppe Leonelli, da parte sua, ritiene che “per salire nella conoscenza soprasensibile si richiede la capacità di discendere nell’interiorità dell’uomo, di afferrare la vita interiore.[3] Afferrare la propria vita interiore è la possibilità di afferrare il nostro essere spirituale, il nostro essere individuale, che ha in se le capacità
e le forze per affrontare le difficoltà di ogni tempo.

Martin Dietz, nel libro che ripropone la conferenza di R. Steiner, Che cosa fa l’Angelo nel nostro corpo astrale?, si domanda “da dove provengono le forze che ci fanno crescere oltre noi stessi?” e risponde, “devo rafforzare la mia capacità di sviluppo interiore, non per diventare sovraumano, ma per arrivare a me stesso, per essere me
stesso. Il tema è proprio lo sviluppo. Si tratta di andare verso noi stessi, verso il nostro vero io.”[4]

La domanda successiva potrebbe essere, perché non arriviamo a noi stessi, al nostro essere profondo, vero?

Qui troviamo le parole di R. Steiner nella decima conferenza di pedagogia curativa, che dice: “in generale gli uomini non riescono a ottenere nulla perché non hanno mai reso vivente una verità. Essa consiste nell’immedesimarsi alla sera nella coscienza in me è Dio o lo spirito divino, e questo non solo in teoria, non solo come parole vane, come le meditazioni della maggior parte delle persone, illuminando poi al mattino la giornata intera con la coscienza io sono in Dio. […] il punto alla sera non viene all’esterno, ma solo al mattino.”
Si tratta, dunque, di “rendere vivente in se stessi in modo serio una verità”. Non dice che questa verità sia “vitale” per la nostra vita, per il nostro esistere. Vitale è il cibo, l’acqua, l’area che respiriamo, ma vivente. Viventi sono le piante, gli animali, no siamo esseri viventi, e così cosa vuol dire rendere vivente una verità? Significa illuminare il nostro essere, illuminare la nostra coscienza, questo non avviene improvvisamente, immediatamente, “avviene al mattino”. Occorre passare la notte, aspettare il mattino.

La coscienza illuminata è la coscienza della dignità umana e il discorso della dignità dell’uomo è un discorso che ci porta indietro nel tempo, più precisamente a un discorso preparato dal giovane Piccolo della Mirandola per un congresso, purtroppo mai realizzato, previsto per il 1487, dal titolo “Della dignità dell’uomo”. Questa dignità
risiede nella “libertà” dell’uomo, per mezzo di questa libertà, l’uomo diviene colui che completa il mondo attraverso le azioni che può compiere. Dio ha dotato l’uomo di una volontà libera, gli ha donato la possibilità di prendere le proprie decisioni. “Tu puoi snaturarti verso il basso, verso l’animale, e tu puoi invece nuovamente risuscitare seguendo la tua propria volontà verso l’alto.” Sulla base di questa coscienza la vita futura dell’uomo si potrà esprimere secondo tre impulsi: quelli della fratellanza. La fratellanza intesa come atteggiamento sociale profondo in cui “nessun uomo deve rimanere in pace tranquillamente se un altro sta male”, “nessun uomo potrà godere in pace la felicità se altri uomini saranno infelici accanto a lui”. Solo questo potrà portare la più assoluta unificazione del genere umano. Il secondo impulso riguarderà il “riconoscimento in ciascun uomo dell’immagine
della divinità”. “L’incontro di ogni uomo con un altro uomo sarà di per se stesso un atto religioso.”
Il terzo impulso riguarderà “la piena libertà religiosa per l’anima. Giungere attraverso
il pensiero, all’esperienza dello spirito.”[5]


NOTE

[1] Peter Selg, Resistenza spirituale e supermento, Ita Wegman 1933-1935, Aedel Edizioni, Torino, 2011, p. 34-40, 41, 45.

[2] Marcus Fingerle, “Angoscia, paure e speranza. Come proteggere dalle nostre paure le forze di speranza del bambino ”

[3] Giuseppe  Leonelli, L’arcangelo Michele, p. 10.

[4] Martin Dietz, “Che cosa fa l’angelo nel nostro corpo astrale?”, Torcegno 11-13 luglio 2008, p. 15.

[5] Martin Dietz, op.cit. pp. 40; 42; 47; 55.


Bibliografia

Peter Selg, Resistenza spirituale e superamento, Aedel Edizioni, 2011, Torino.

Giuseppe Leonelli, L’Arcangelo Michele, Aedel Eizioni, 2015, Torino.

Rudolf Steiner, Corso di Pedagogia Curativa, Editrice Antroposofica, 1997, Milano.

Karl-Martin Dietz, “Che cosa fa l’angelo nel nostro corpo astrale”, Editrice Novalis, 2015, Milano.

Marcus Fingerle, “Angoscia, paure e speranza. Come proteggere dalle nostre paure le forze di speranza del bambino”, Conferenza tenuta a Rovereto, 4 giugno 2021.

Convegno d’autunno a Dornach, anche ONLINE

 

“Accoglienza, Risonanza, Comunità di Intenti
dalla IX conferenza del “Corso di Pedagogia Curativa” di Rudolf Steiner”

È alle porte il Convegno internazionale di Pedagogia Curativa e Socioterapia che si terrà a Dornach dal 7 al 9 ottobre 2021.

Dal 2013 nei piccoli convegni autunnali il lavoro di studio si è concentrato su una conferenza tratta dal “Corso di Pedagogia Curativa” di Rudolf Steiner.

Quest’anno il convegno si svilupperà intorno alla IX conferenza e si lavorerà liberamente a partire dai temi in essa presenti. Per preparare questo piccolo convegno un gruppo di giovani ha lavorato insieme al team del Council for Inclusive Social. Tutti i giovani che hanno cooperato offriranno anche il loro contributo durante il convegno.

Sarà possibile, come l’anno scorso, prendere parte al convegno anche online! Infatti, l’intero programma sarà accessibile tramite piattaforma “Zoom” o “Wonder”, con traduzione simultanea in inglese, tedesco, spagnolo e russo.

Clicca qui per effettuare la registrazione e partecipare in presenza:
https://www.goetheanum.org/en/acceptance-resonance-communities-of-choice

Clicca qui per effettuare la tua registrazione e partecipare Online:
https://inclusivesocial.org/en/product/autumn_conference_2021/

 

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