Angoscia, paure e speranza. Come proteggere dalle nostre paure le forze di speranza del bambino

di Marcus Fingerle

4 Giugno 2021, Rovereto

 

Non mi sento di poter dire niente di generale e men che meno niente di definitivo, perché abbiamo molto da dire su questo argomento e abbiamo aperto anche un campo di ricerche.

Recentemente mi sono incontrato con circa 50 colleghi (medici, pedagogisti, e comunque persone che hanno a che fare con l’infanzia e l’adolescenza) in un seminario, e ci eravamo proposti di riflettere e mettere in comune tutte le esperienze per poter avviare una riflessione su quello che sta succedendo, ai bambini e agli adolescenti. E quello che è emerso, ad una prima raccolta di questo nostro incontro, è stato questo: che i bambini hanno saputo affrontare meglio questo periodo degli adolescenti. Il che dovrebbe farci riflettere. Il mio studio – io mi occupo di pedagogia curativa – si è riempito, in questo anno e qualcosa, soprattutto di adolescenti. Seguo adesso più adolescenti che bambini, mentre prima era il contrario. Io direi quasi esclusivamente adesso di adolescenti che sono stati sopraffatti da tutto ciò che li ha attorniati in questo periodo, o la famiglia ( in linea generale, poi vediamo). Dunque questo potrebbe indurci ad una prima riflessione provvisoria o a un primo pensiero, provvisorio ancora, però, credo, fecondo: che i bambini sono più vicini al mondo spirituale di quanto non lo siano gli adolescenti. E, mi spiace dirlo (forse esclusi i presenti), anche gli adulti sono molto più lontani dal mondo spirituale di quanto li siano i bambini. E i bambini, nel periodo del cosiddetto lockdown, hanno sofferto, hanno avuto paura – e così cominciamo ad affrontare il nostro tema – che i genitori potessero morire, che i nonni potessero morire, etc. Vale a dire che dal mio piccolo osservatorio – perché è un piccolissimo studio (però, sapete, a volte il microcosmo serve al macrocosmo: forse un piccolissimo studio può dare delle indicazioni)-, e devo dire che quasi sempre i bambini così angosciati avevano genitori o nonni angosciati. Il che significa che i bambini, quando non hanno affrontato questo periodo di due mesi, di quarantene, quando si sono angosciati era perché assorbivano l’angoscia degli adulti. E i bambini, lo sappiamo, hanno una capacità di percezione dei pensieri e dei sentimenti altrui maggiore rispetto a un adulto, e anche rispetto ad un adolescente, perché i sensi superiori dice Rudolf Steiner sono molto aperti. I sensi superiori sono i sensi sociali; dunque è chiaro che il bambino è in stretta relazione con l’adulto. Alcuni bambini dicevano “Come mai questo’anno le vacanze di carnevale sono così lunghe? – e si riferivano all’anno prima, quando il lockdown non si sapeva neanche cosa fosse-. I bambini erano contenti di non andare a scuola, dicevano “Che meraviglia, si può stare a casa, si può giocare, si può andare in giardino” (chi aveva il giardino). Per alcuni bambini è stato un buon periodo, erano contenti; salvo quelli che erano attorniati da adulti che provavano delle forti angosce o paure. Poi vedremo la differenza: sarà proprio il nostro tema.

Allora ho pensato bene di cominciare questa sera parlando di noi adulti. Perché da lì dobbiamo cominciare.

Adesso, io non voglio entrare nella questione di come è stata gestita questa pandemia, questo è un altro tema. Diciamo comunque che abbiamo avuto a che fare con un’influenza di un certo tipo, piuttosto importante, che ha falcidiato anziani. Per varie ragioni naturalmente, perché proprio gli anziani. la condizione sociale degli anziani, la medicalizzazione degli anziani, però ci porterebbe lontano da questo tema. Però è così: io vorrei partire dal dato fenomenologia. È così.

Come è stata gestita non la voglio commentare. È andata così. In ogni modo si è diffuso un senso di generale angoscia: questo è un dato di fatto.

Adesso la domanda è: che differenza c’è tra l’angoscia e la paura? E che cos’è l’angoscia è un tema filosofico, però non lo possiamo lasciare ai filosofi, non lo possiamo lasciare agli accademici, non lo possiamo lasciare all’università (corsi, conferenze su questo tema): dobbiamo portare la filosofia nella nostra vita quotidiana. La filosofia, l’antroposofia, deve diventare un modo di vivere, altrimenti è pura accademia e lascia il tempo che trova (con tutto il rispetto per chi fa accademia con grande qualità e grande spessore). Però a mio avviso, come diceva Pierre Hadot: se la filosofia non diventa un modo di vivere, la filosofia sostanzialmente perde il suo originario significato. Perché così è nata: come un modo di vivere.

Allora Kierkegaard fu il primo a fare un distinguo tra angoscia e paura: cerchiamo di capire che cosa dice Kierkegaard pe vedere quanto ci può essere utile nella nostra vita quotidiana, quanto la comprensione di questo tema può farci più attenti a ciò che ci accade e grazie a questo può consentirci di proteggere di più i bambini. E del resto, di questo si parla. Allora, Kierkegaard, diciamo così, ricorre ad una grande immagine, un’immagine dell’Antico Testamento, della Genesi. L’immagine in cui ad un certo punto Adamo ed Eva nel paradiso terrestre si trovano  (Adamo in particolare) a sentire un comando: “Non mangiare dell’albero della conoscenza, del bene e del male”. Si dice che nell’antico Testamento, Adamo lì trasgredì questa voce, e mangiò. E quello fu il momento in cui peccò. E dal quel momento, dice Kierkegaard, il peccato è entrato nella storia e nella ??? L’interpretazione corretta è quella secondo la quale Adamo, invece di avere buone intenzioni, e cioè di seguire le parole, ebbe cattive intenzioni, e dunque trasgredì. “Ma” dice Kierkegaard “qui c’è qualcosa che non va”. Perché, prima di mangiare dall’albero della conoscenza, Adamo era innocente ed era anche totalmente ignaro della differenza tra il bene e il male perché non aveva mangiato dell’albero della conoscenza, era privo di conoscenza, non sapeva distinguere ancora tra bene e male. Dunque non poteva avere cattive intenzioni. È un’interpretazione erronea e anche non coglie la complessità. Cosa “comprende”, cosa avverte Adamo, cioè l’Uomo, cioè Noi? Avverte di avere una possibilità. Dio dice di non mangiare la mela, Adamo non comprende il significato delle parole, comprende soltanto che ha una possibilità: ha la possibilità di qualcosa, ha un potere. Può fare o non fare. Dunque voi capite che in quel momento Adamo si rende conto di essere libero, perché ha una possibilità. In quel momento perde l’innocenza. Cosa vuol dire perdere l’innocenza? Vuol dire perdere un rapporto di immediatezza col Tutto, sentirsi parte di Tutto, non sentirsi separati. Questo è. Il sentirsi nella grazia di Dio. Significa sentire che il proprio essere è come ricevuto in dono da Dio. Questa è la condizione del bambino piccolo,  è una condizione di grazia. Tant’è che verso il bambino piccolo noi abbiamo sempre molti riguardi. Sì, potremmo dire, perché è fragile, se non lo curiamo il bambino muore, queso è vero ma è come se il bambino avesse un’aurea intorno a sé, e dunque parla dell’innocenza del bambino. E infatti il bambino vive in questo stato di innocenza, è in uno stato adamitico. Questo stato di innocenza, ad un certo punto, l’essere umano lo perderà. È il momento in cui, dice Kuhlewind, l’attenzione del bambino da indivisa diventa un’attenzione divisa. Cosa vuol dire? Una parte dell’attenzione va verso di me, una parte dell’attenzione va verso il mondo (e questo lo separa dal mondo): a quel punto io mi rendo conto di “essere Dio”, cioè di avere delle possibilità, cioè di avere un potere: il potere di fare. Ma cosa fare? Soprattutto, l’essere umano si rende conto che ciò che è non esaurisce affatto la propria esperienza. Siamo molto di meno di quello che , permettetemi, veramente siamo. Siamo sempre molto di meno di quello che veramente siamo. Siamo esseri incompleti, siamo  – come dice Steiner all’inizio de La filosofia della libertà- esseri sempre nsoddisfatti. Perché? Perché a differenza di tutti gli altri esseri, minerali, vegetali e animali, siamo noi a determinare noi stessi. Siamo noi a fare noi stessi. Come diceva Kierkegaard: l’Uomo è il proprio stesso artefice. È l’artefice di se stesso. Non solo, ma l’Uomo si fa continuamente perché, come diceva Pindaro, “Diventa ciò che sei” e dunque sei veramente. Nel nostro presente, in questo momento ognuno di noi non è mai completamente se stesso, perché ancora deve farsi. E dunque Adamo, secondo Kierkegaard, proprio in quel momento, nel momento in cui Dio gli dice “Non mangiare dell’albero del bene e del male”, proprio in quel momento prova angoscia. E l’angoscia, dice Kierkegaard, è la vertigine della libertà. Una bella definizione: è la vertigine della libertà. Perché la libertà tutti la vogliamo, ma tutti la temiamo. La desideriamo ma la temiamo, la temiamo terribilmente così come la desideriamo ardentemente. E questo contrasto tra il desiderare ardentemente la libertà e il temere terribilmente la libertà, questo antipatia simpatica e simpatia antipatica è l’angoscia. Così la definisce Kierkegaard, questo contrasto. Questa è l’angoscia.

E l’angoscia è anticamera della libertà. E adesso viene il tema più interessante. Naturalmente Adamo, alle origini della storia… ma capite? Ognuno di noi ripercorre le origini della storia, e ogni volta che ci poniamo di fronte alla nostra vita con la consapevolezza che siamo noi a fare noi stessi, riproviamo questa angoscia, ogni volta noi la rincontriamo. E dunque si potrebbe dire che ci accompagna da Adamo in poi (Adamo è l’immagine dell’Uomo, di ognuno di noi) e ognuno di noi ha perso a un certo punto quell’innocenza dell’infanzia crescendo, diventando adulto. Dunque ognuno di noi ha un Paradiso terrestre alle spalle, di cui abbiamo a volte grande nostalgia. Lo ricerchiamo ovunque, illudendoci terribilmente a volte tragicamente di poterlo trovare di nuovo. Giustamente l’Antico testamento dice: l’Angelo era custode del Paradiso terrestre nel quale non si può più tornare: questo è molto importante. E invece noi abbiamo spesso nostalgia, e questa nostalgia ci inganna, ci porta a grandi illusioni. Dunque, cosa invita a fare Kierkegaard? Di considerare l’angoscia come un educatore, nel suo libro Il concetto dell’angoscia parla proprio di angoscia come educatrice. Cosa vuol dire? Questo adesso è molto importante.

Che se veramente voglia far sì che l’angoscia diventi l’anticamera della libertà dobbiamo essere in grado di stare nell’angoscia, reggere l’angoscia e non fuggire. Questa è la funzione educatrice dell’angoscia. L’angoscia può essere una grande educatrice. E invece dall’angoscia fuggiamo tutti i modi. È molto gravoso e impegnativo, richiede grande presenza a se stessi, richiede forza d’animo reggere l’angoscia. E devo dire che a me pare, salendo in groppa ai giganti, che l’epoca che stiamo attraversando è proprio un’epoca in cui ci viene chiesto questo. Se vogliamo viverla e attraversarla come posso dire… a testa alta, come diceva una delle mie allieve prima dell’interrogazione: “Vado a testa alta incontro al mio destino”, una frase ad effetto, però ha il suo fascino,  ha una sua verità. Questa capacità di mantenere, di reggere l’angoscia è la condizione grazie alla quale possiamo esercitare la libertà. Perché? Adesso viene un altro aspetto fondamentale: che cos’è la libertà? Spesso si pensa che la libertà sia il libero arbitrio, la libertà di scegliere tra A e B, ma questa non è la libertà. Perché A è no, e B è anche no. E dunque l’intelletto  mi presenta diverse possibilità. Non corro un grande rischio a scegliere A o B perché conosco sia A che B. In realtà non si tratta di una vera scelta libera perché ci sono sempre A o B, dunque in qualche modo tanto libero non è, è condizionata da ciò che so già. Ciò che so già è il passato, è già saputo. Scegliere ciò che so già è scegliere con qualche cosa che non ha a che fare con il futuro, ma in qualche modo è garantito da un passato. Non vado verso il futuro quando scelgo ciò che so già . È proprio quando l’atto, quando la possibilità che ho di fronte è una possibilità di cui io non conosco l’esito, quando ciò che io voglio non è già saputo ma è creato nello stesso momento in cui io agisco, allora l’atto libero è veramente libero perché è creativo. Il coraggio, diciamo così, di andare incontro al non saputo. Tutti i mistici ne parlano. L’atto libero è l’atto che ci mette di fronte al non saputo, a nulla di garantito. Ecco perché abbiamo parlato della vertigine: l’angoscia è la vertigine. Dobbiamo saper reggere quella vertigine nell’andare incontro a qualcosa che noi stessi non sappiamo con l’intelletto ma che crediamo nello stesso momento in cui noi ci facciamo, in cui noi agiamo. L’atto libero è un atto creativo, ma l’atto creativo comporta sempre questa vertigine. Quando reggiamo questa vertigine, quando siamo in grado di reggere il “Non sapere cosa ne sarà”, “Verso dove vado”. Noi viviamo in un mondo dove tutto è pianificato, tutto deve essere chiaramente pianificato, fino alla nausea: a scuola si pianifica tutto, tutto ??? Perché ci dà un senso di soffocamento questo? Perché non ci consente di essere creativi. Kuhlewind dice : cos’è l’atto creativo. È paragonabile all’improvvisazione di un musicista. Non so se avete mai sentito Keith Jarrett improvvisare, a volte faceva anche le voci mentre improvvisava, erano come delle emissioni sonore di gioia, perché quando noi creiamo siamo versante liberi e l’animo si riempie di gioia. È quasi incontenibile. Perché veramente abbiamo creato qualche cosa che non esisteva prima! Non che avevamo già pensato. Ma questa gioia si nutre di qualcosa che non sappiamo già, che non fa parte del passato, si nutre di qualche cosa che non possiamo vedere. Tutta la filosofia è una filosofia della visione. No. Ho sbagliato, una parte della filosofia lo è, e cioè di vedere con l’intelletto: la visione. Vedere in un certo senso e poter prevedere…capite? Invece qui si tratta di un sentire, di un pensiero che si pone non come un pensiero che riflette e dunque ,in un certo senso, vede, ma di un pensiero (come diceva Pascal, Steiner) del cuore, un pensiero che non vede, ma che sente, che intuisce. Dobbiamo imparare per poter via via nutrire questo pensiero, per poter maturare e crescere interiormente, per essere degni di un pensiero di questo genere, dobbiamo educare la nostra attenzione. Dobbiamo sempre più diventare sottili nella nostra attenzione. Kuhlewind dice di diventare padroni della nostra attenzione, che tende a vagare nei luoghi più balzani – il nostro pensiero può saltare da un luogo all’altro senza nessun criterio- , ma riuscire a educare l’attenzione ci rende degni di un pensiero del cuore, di un pensiero che vede l’invisibile o sente l’invisibile. È lì, è ciò che ancora non è visto ma viene presagito; e questo vedere l’invisibile è la speranza. La speranza è la capacità di vedere ciò che nessuno vede, di vedere ciò che non è immediatamente visibile, vedere oltre. Adesso, questo lo dice Panikkar, però io mi permetto di aggiungere questo pensiero: questo ci aiuterebbe veramente: dovremmo imparare a guardare la realtà non in senso letterale ma in senso simbolico. Questo è il grande passaggio nella biografia di un essere umano. Vedere le cose in senso letterale vuol dire rimanere abbarbicati a l’apparenza, a ciò che appare, come le cose vengono viste dalla maggior parte delle persone, come le cose vengono pensate e considerate per lo più, per cui le ??? vengono interpretate secondo il “Si pensa, si dice”. Così rimaniamo prigionieri. Tra l’altro considerando la realtà in senso letterale, è anche cercare nella realtà la soddisfazione dei nostri desideri, ma anche delle nostre aspirazioni, ma anche dei nostri aneliti. Ora, la realtà mai potrà soddisfarci; la realtà considerata in senso letterale mai soddisferà i nostri desideri, mai soddisferà le nostre aspirazioni, mai soddisferà i nostri aneliti. Diceva Steiner “Da sempre l’uomo ha pensato una società giusta”. Platone, la sua visione (condivisibile o non condivisibile), ???cosa mai è  diventata?  Vi sembra che dopo tanti, dopo due millenni, abbiamo realizzato??? Vi sembra che oggi gli uomini vivano secondo la verità? Oppure si disperdono ognuno nella sua ??? Senza nessun criterio, “la penso così e basta, perché sì, perché lo pensano gli altri”, eppure è da millenni che cerchiamo il bene.

L’etica nicomachea di Aristotele, l’etica di Spinoza… eppure? Sono state scritte pagine bellissime… eppure? Allora si potrebbe dire “Allora non ne vale la pena seguire questo ideale, vero bello e buono perché tanto…”: questa è un’indicazione. Ma è un’indicazione che nasce da una giusta osservazione: la realtà ci delude sempre. La realtà considerata in modo letterale. Ma si può vedere l’invisibile, si può andare al di là del visibile, si può considerare la realtà, come diceva Ghoethe “Alle Vergangliche Ist nur ein Gleichnis” “Tutto ciò che diviene è simbolico”. Allora io vedo in ogni cosa qualche altra cosa, che non è direttamente visibile. Vedo in ogni cosa qualche altra cosa. E forse non la vedo subito, però ho la fiducia che ogni cosa ha un altro significato, che trascende la cosa stessa. Ognuno di noi ha qualche epserienza a cui pensare a questo proposito.

Dunque, potete immaginare una relazione di coppia tra un uomo e una donna, tra marito e moglie: nessun moglie soddisfa tutti i desideri del marito e viceversa. Queso si sa, non c’è neanche da discutere su questo, va da sé. E allora bisogna imparare a vedere al di là, a riconoscere -capite? – la realtà simbolica, allora rappresenti qualcosa di più di ciò che sei letteralmente, dal punto di vista letterale. Ecco allora l’angoscia: quando siamo in grado di reggerla, quando non chiediamo alla realtà di riproporci il Paradiso terrestre, la piena soddisfazione di tutti i nostri desideri, tutte le nostre aspirazioni e tutti i nostri più alti aneliti, la realtà intesa in senso letterale. Se noi facciamo il lutto di questa aspettativa, quasi il lutto del Paradiso terrestre, allora accediamo, reggendo l’angoscia che ne consegue, accediamo alla possibilità di vedere l’invisibile, e cioè la speranza.

Altrimenti la speranza è semplicemente una consolazione (la speranza è l’ultima a morire), diventa una specie di consolazione giusto per non arrendersi. Ma la speranza è un’altra cosa, così come cerco adesso di caratterizzarla. È proprio un vedere, è un’esperienza, un vedere nel senso di vedere col cuore, non nel senso di vedere attraverso la riflessione.

Dunque se noi riusciamo a reggere l’angoscia, allora l’angoscia diventa appunto l’anticamera che ci apre nuovi orizzonti, ci apre il mondo, ci consente di varcare la soglia. L’angoscia è la porta stretta che, se da noi è sopportata, diventa la porta che ci consente di accedere a un nuovo modo di vedere la realtà,  e cioè a un modo simbolico come dice Ghoethe.

Ma adesso la domanda è: e se invece questo non accade? Allora poiché noi non reggiamo l’angoscia, ci fabbrichiamo delle paure. Perché dall’angoscia non ci possiamo difendere, dalla paura sì. Possiamo erigere muri per difenderci dalla paura. Perché l’angoscia è l’angoscia della libertà, e cioè di quel nulla che ancora non sono in grado di comprendere col mio intelletto, di quella possibilità a cui non posso far corrispondere una parte di meditazione??? E dunque, dall’angoscia non posso proteggermi. Allora l’umanità, noi, trasformiamo l’angoscia in paura. C’è un bellissimo libro di Jean Delumeau, “ La paura in occidente” del 1978, in cui lui scrive: “Lo spirito umano fabbrica in permanenza la paura per evitare l’angoscia. Si tratta di un processo che possiamo ritrovare al primo stadio di una civiltà. Mediante una lunga serie di traumi collettivi, l’Occidente ha vinto l’angoscia denominando, cioè identificando e perfino fabbricando paure particolari”. E poi più avanti scrive: “Gli uomini di chiesa sostituiscono  (si riferisce al medioevo dal 1300 al 1600) all’angoscia collettiva dovuta ad un accumulo di stress (si riferisce alla peste, alle carestie, alle guerre) la paura teologica di Satana e dei suoi agenti: gli ebrei, gli eretici, le donne (le streghe). E questi pericoli ben identificati presentano i vantaggi di poter essere combattuti e vinti come faceva sistematicamente l’Inquisizione. E così ci si libera per altre esecuzioni capitali che avvenivano in pubblico”. L’Europa moderna ha affrontato l’angoscia sostituendola con le paure teologiche. Quesa è la tesi di Delumeau.

Ora però, noi non viviamo nel Medioevo e neanche nel ‘600: allora, quali sono le paure che noi fabbrichiamo in sostituzione dell’angoscia? Quali sono le paure che adesso noi sostituiamo a quelle teologiche?

Noi viviamo in una società secolarizzata, non solo, viviamo in una società tecnocratica, non tecnologica: la tecnologia è una che una zappa,  una zappa è pur sempre uno strumento che faceva parte di una certa tecnologia di un certo tempo. Noi non viviamo in una società dove si usano strumenti, noi viviamo in una società in cui il potere è in mano alla tecnologia, dunque una società tecnocratica, in cui lo strumento non è più a servizio dell’uomo, ma è l’uomo al servizio dello strumento. Per esempio il fatto che vengano fabbricati aeroplani non significa che gli uomini non si possono servire degli aeroplani, cosa che effettivamente accade. Il fatto è che siamo costretti a utilizzare gli aeroplani perché oramai è dato per scontato che un manager possa attraversare da un continente all’altro altrimenti non è più un manger, cambia lavoro, deve usare quello strumento se vuole fare i soldi, è costretto perché ormai la scuola, gli ospedali e le città stesse sono ormai grandi macchine nel so insieme e noi siamo al servizio di queste macchine. E queste macchine decidono del nostro tempo, decidono dei nostri spostamenti, decidono di tutto ciò che facciamo. Crediamo di essere liberi, in realtà l’immagine del formicaio non è del tutto sbagliata. Siamo dunque in una società tecnocratica. Allora la domanda è: quali sono le paure che vengono fabbricate all’interno di una società tecnocratica? Come nasce questa società? Ovviamente è un tema di una tale vastità per cui permettetemi di “spigolare” tra le pagine; però proviamo un po’ a orientarci.

Da dove nasce, qual’è l’orizzonte di pensiero all’interno all’interno del quale nasce la società tecnocratica? L’orizzonte di pensiero è quello che nasce con Cartesio, il quale dice che la verità coincide con la chiarezza e la distinzione: idee chiare e distinte, vuol dire inequivocabili ma soprattutto ben definite. Per lui il modello della conoscenza era la matematica, la filosofia doveva essere una mathesis universalis, la matematica ha questo grado di esattezza. Vero è ciò che è esatto. Steiner fa un esempio bellissimo: se una mamma manda un bambino a comprare del pane e il bambino ha 10 soldi e un panino costa tre soldi, quanti panini può comprare? Facendo un calcolo esatto: tre panini. Però quel giorno c’era un’offerta??? Dunque era esatto, ma non li ha presi. Era così. Un esempio molto semplice: la realtà non sempre corrisponde a ciò che è esatto.

Perché a Cartesio interessava così tanto l’esattezza, cosa voleva combattere? Ciò che è esatto dà sicurezza. Forse dà certezza. Allora il modello della conoscenza oggi è la scienza che si propone come esatta. E la tecnologia si serve della scienza per giustificare se stessa. Come si fa a giustificare? Come noi abbiamo assistito, in questo anno la scena è stata dominata dalla scienza di cui si serve la tecnologia, di cui si serve la politica,  perchè si propone come esatta. Ma, come dice Steiner, l’esattezza non corrisponde alla realtà, però dà l’illusione di poter poggiare su un terreno sicuro. E, si potrebbe dire, chi non ha una grande fiducia nella ragione, allora cerca la sicurezza nel potere. Noi abbiamo due forme con cui oggi cerchiamo di fronteggiare l’angoscia: la conoscenza esatta ( e dunque la scienza) e il potere (l’unica forza ???). pensiamo all’imperialismo, alla prima guerra mondiale, follia pura: basta guardare un pochino ???, mancava completamente qualsiasi coscienza di ciò che si stava facendo. Solo che la società tecnocratica si fonda su questi due pilastri: il potere e la ricerca della sicurezza mediante il potere della certezza, genera dei valori. E quali sono questi valori? La capacità di controllo, il controllo è fondamentale. Dunque chi è in una scuola sa che qualsiasi cosa è controllata sempre di più. Per carità , ci sono insegnanti a cui va bene così. Adesso c’è un apparato burocratico tale per cui io alla fine dell’anno devo dire, scrivere e dichiarare su fogli (la qual cosa richiede un tempo notevole) da quando a quando ho svolto un certo argomento, dal giorno al tal giorno, cosa che non interessa a nessuno, non legge nessuno, ma se non lo faccio che cosa succede? Che non sono efficiente. Questo ha a che fare con la produttività di una prestazione, l’importante è la performance, non è importante se io svolgo bene o male, non importa se i ragazzi si annoiano a morte quando io parlo e non vedono l’ora che io smetta di parlare e che suoni la campanella: questo non importa. L’importante è che io sia efficiente. Così come non è importante che i ragazzi si appassionino a quello che io insegno, che veramente quello che insegno diventi utile per la loro vita, come diceva Pierre Hadot, che la filosofia diventi un luogo di vivere per loro. L’importante è che studino, ripetano quello che dico io, che ripetano quello che è scritto nel libro, che mostrino di essere efficienti e quando li si interroga siano pronti, e se non pronti, per il semplice fatto di non essere pronti dimostrano di non essere efficienti. Questo è il valore.

Dunque proprio questi rimedi all’angoscia – e questo è importante, così arriviamo all’adolescenza – rendono la paura del fallimento. Noi viviamo in una società dove la paura più grande è quella di fallire, di non essere al passo, di essere espulsi dal sistema, della marginalità, dell’esclusione, la paura di non contare. Oggi i ragazzi dicono “Sei sfigato”, oppure “Sei popolare”: beh, quando io ero ragazzo, l’idea di essere popolare, bah… ci interessa essere in un gruppo politico piuttosto che in un altro, adesso con voi vien fuori ??? Io credo di sì! Perché negli anni ’60 è successo qualcosa, si è aperto il cielo per noi… poi si è richiuso. Questo è quello che penso. Come ai primi del ‘900: lì si aperto il cielo. Certo è successo di tutto: spari, rapimenti ???. Oggi abbiamo i nani, l’ c’erano i giganti. Lì si è aperto il cielo. Ci sono dei momenti della storia in cui si apre il cielo. Vabbè.

Adesso, qual’è il punto? Il punto è che viviamo in una società nella quale la paura più grande è quella di non fare nulla. Perché i rimedi all’angoscia a loro volta provocano angoscia. E io ritengo che la pandemia e la gestione della pandemia abbiano messo in luce che questo sistema non funziona. La paura è a fior di pelle. Cerchiamo in qualche modo di nasconderla sono il tappeto, ma non ci riusciremo. E dunque questa pandemia non ha creato niente di nuovo, ha messo in luce ciò che c’era già.

E gli adolescenti ce lo mostrano: nella psichiatria il numero degli adolescenti è aumentato di un terzo; nel pronto soccorso dove i ragazzi arrivano perché si tagliano, fanno gesti autolesivi,  La ? È aumentata di un terzo.

Nel mio studio che è una piccolissima realtà arrivano sempre più ragazzi che mi dicono “Non ce la faccio più”. A fare cosa? A funzionare.  Devo fare questo, devo fare quello, devo andare a scuola, etc. “Non ce la faccio più a funzionare”.

E guardate che ormai non si potrà più fare nel futuro gli insegnanti senza essere anche terapeuti. La pedagogia e la pedagogia curativa non potranno più essere separate. Perché l’angoscia trasformata nelle diverse forme della paura ormai sta emergendo sempre di più. Dunque io credo che si sta annunciando qualche cosa, siamo chiamati a cambiare.

Intanto, dedicarci all’autoeducazione. Si potrebbe dire che il futuro – adesso lo dico in modo un po’ forse equivocabile, ma non importa – o è mistico o non è. Ma non nel senso del misticismo sentimentale, non è questo. Ma, o veramente sviluppiamo delle facoltà spirituali, realmente, attraverso la pratica quotidiana del nostro vivere, oppure rischiamo di essere inghiottiti, schiacciati dalla società tecnocratica.

Per concludere, vorrei dirvi ancora una cosa che ho osservato. E ho osservato questo: che i giovani, gli adolescenti che non ce la fanno, o che non ce l’hanno fatta, a reggere lo stress, l’angoscia, il distanziamento sociale, l’atomizzazione sociale che hanno vissuto in questo anno e qualcosa, ho notato delle costanti nelle loro biografie. E sono stati bambini e bambine che hanno fatto questo gesto di tirarsi indietro e lasciare spazio agli altri. Bambine molto spesso delicate, molto sensibili, che hanno sacrificato la loro volontà per lasciare spazio alla volontà dei genitori, dei fratelli, degli insegnanti e si sono così sempre più adattate all’ambiente sociale. Questi adolescenti che erano stati bambini e bambine così sono stati proprio travolti. Allora io penso che questo ci dovrebbe far riflettere sull’educazione dei bambini: cosa dobbiamo fare perché i bambini possano reggere poi da adolescenti l’angoscia della nostra tecnica? Cosa dobbiamo fare?

Allora, vorrei concludere con questa riflessione: questi bambini hanno bisogno che intorno gli adulti abbiamo una vera venerazione per la loro volontà individuale. E a questo punto devo dire che secondo Rudolf Steiner il bambino, l’essere umano, è libero da subito. L’atto incarnatorio è un atto volitivo, il bambino è già un essere libero. Certo, la sua libertà è molto circoscritta, molto limitata, non è padrone del suo corpo, deve sviluppare una serie di facoltà, va bene. Ma già il neonato ha una sua libertà.

Mi diceva una massaggiatrice di una clinica Antroposofica tedesca, che si era specializzata nel massaggio dei neonati: “ Io chiedo sempre il permesso prima di massaggiare, perché mi accorgo dove fa a loro piacere e dove no”. Capite? Emmi Pikler diceva che il bambino piccolo non andrebbe vestito come se fosse una bambola, ma bisognerebbe attendere il momento in cui acconsente la nostro movimento. Non so, gli vogliamo mettere una bella camicetta? Bisogna attendere che il bambino faccia un piccolo movimento e allora puoi mettergliela. Mi ricordo questa immagine di Emmi Pikler con un bambino che stava supino, voleva girarsi sul fasciato e ci provava. Faceva così col piede per girarsi finché a un certo punto ha capito che se sfruttava questo movimento poteva poi farcela. Dopo 10 minuti di tentativi – lei era lì che aspettava che lui facesse- ,  e poi ??? Fiducia. aloora capite? Ma noi abbiamo fretta, perché dobbiamo andare non so dove a fare non so cosa, perché abbiamo sempre qualcosa da fare perché siamo in una grande macchina e dunque non possiamo stare ad a spettare un quarto d’ora, permetterci questo lusso… capite?

Ma senti non possiamo permetterci questo lusso, poi l’adolescente non può permettersi il lusso di fronteggiare a testa alta l’angoscia e di andare fiero incontro al suo destino Coe diceva questa mia allieva che era veramente una discola, non stava mai attenta… o sì? Faceva sempre mille cose mentre io spiegavo ma poi era sempre attenta, però faceva di tutto di più, sempre in conflitto con gli altri insegnati. Ma quella tera una  che l’angoscia la sapeva reggere. Capite?

Avere devozione per le volontà individuali del bambino: questo è ciò che consente ai bambini di diventare poi degli adolescenti capaci di attraversare un’epoca biografica, un’età biografica caratterizzata “di per sé” dall’angoscia.

Io mi fermerei qui per scambiarci esperienze, opinioni.

 

Domanda: Io ho sentito di adolescenti che feriscono il loro corpo. Lei ha un’idea del perché lo fanno?

Io ho lavorato  nella psichiatria come infermiere, e c’erano pazienti che hanno questa malattia che non mi è molto chiara. E dicevano..”Quanto mi ferisco mi sento”.

Risposta: Dunque, si potrebbe dire che l’autolesionismo che consiste nel tagliarsi è una pratica che ha  che fare con la pelle che viene ferita. E la pelle che è quell’organo attraverso il quale ci differenziamo dal modo esterno; fin dove arriva la nostra pelle siamo noi, dalla pelle in poi c’è il mondo. Dunque è un confine un limite. Si potrebbe dire che limita la mia forma e costituisce una sorta di involucro. Un involucro che mi avvolge. E dunque Henning Kohler, che è stato uno dei miei maestri più importanti, diceva che il senso del tatto è il senso della forma e dell’involucro. ???

Ora, nell’adolescenza che cosa succede? Che la percezione del corpo viene fortemente compromessa. Questo è un fenomeno abbastanza generale. I piercing, i tatuaggi, sono tutte pratiche che hanno a che fare con la pelle è un’età questa in cui è piuttosto comune ad un senso di de-personalizzazione e de-realizzazione. Una mia allieva diceva:”Io a volte non mi sento”, e chiedeva a sua madre, che era una donna abbastanza corpulenta, di sedersi sopra di lei: per sentirsi. Negli adolescenti, in una certa misura, è un fenomeno fisiologico nel senso che fa parte della crisi adolescenziale. Se però questa misura viene oltrepassata, il fatto di tagliarsi ( a volte mi dicono”mi sono tagliato”, ma a volte sono graffiati, c’è modo e modo di tagliarsi ) è sicuramente un modo di sentire il proprio corpo e porre rimedio ad una sensazione di perdere il contatto con la propria corporeità, il sentirsi in un certo senso “irreali”. A volte mi raccontano: “Io cammino per strada e mi sembra quasi di non essere io, non mi sento reale. Guardo le altre persone e mi sembrano marionette, come se fosse tutto un teatro…”.

Vede, il bambino piccolo è in grado di – come dicevo all’inizio – percepire ciò che l’altro sente, ciò che l’altro pensa in modo immediato. Non il modo come l’altro parla o si esprime. È come se l’interiorità dell’altro per il bambino piccolo fosse aperta. Diceva una mamma che la figlia dopo i quattro anni non ha mai bagnato il letto. Una volta sola l’ha fatto: quella notte in cui è morta la zia (suicida). Lei però non lo sapeva, né che era morta tanto meno che si era suicidata; l’ha saputo poi da quindicenne, perché le era stato detto che la zia era ammalata. Ma lei quella notte lì, l’unica notte, bagna il letto. I bambini sono in comunicazione, una comunicazione di cui noi non sappiamo più quasi niente, se non perché siamo ipersensibili e abbiamo sviluppato qualche capacità. Però l’adolescente perde questa capacità, è come se, in un certo senso l’altro, come se si presentasse quasi in un guscio vuoto. La percezione dell’altro non è più quella del bambino, l’adolescente vive come in una sorta di … Henning Kohler dice che è come passare dal mondo dell’essenza a quello del cosmo, in modo prosaico, al mondo dei corpi degli altri. Quando queste sensazioni sono particolarmente intense si può arrivare anche a dire ??? Io esisto.

Questo ha a che fare sicuramente con il senso del tatto dunque bisognerebbe rafforzare con il massaggio ma anche entrare in con-tatto. Per esempio proprio ieri ho conosciuto per la prima volta una ragazza di 16 anni; lei si taglia, per questo l’hanno portata. Ha frequentato le scuole Waldorf, l’asilo Waldorf (sapete quanto si curano i sensi basali), gli animali, l’equitazione… Allora, questi schemi non funzionano più? Ma lì c’è un problema: nella famiglia di questa ragazza vige un clima di menzogna in cui i genitori vanno a spiare nel diario della figlia ma poi non glielo dicono; poi dicendole delle cose ma poi non vengono dette; lei non si fida più del padre (che è un tecnico della Vodafone) per cui sa entrare nel pc, lei dice:” Io non posso più usare il mio cellulare perché mio padre potrebbe entrare e vedere tutto quello che io scrivo, dico, faccio, fotografo !!! E io non voglio”. Ha 16 anni e ovviamente vuole avere la sua privacy. “Non riesco ad avere la mia privacy, mi sento invasa”, allora lei si taglia … forse per quello? L’ho vista una volta sola, non lo so, ma ho un sospetto, gliel’ho anche detto: ”Non so quello che devo fare ma ho un sospetto: che i confini che tu cerchi di tracciare vengano violati continuamente. Tu metti dei confini che vengono violati”. E dunque, attenzione a violare i confini Perché  poi a quel punto è come se qualcuno ti mettesse un dito in bocca. Uno passa e ti mette un dito in bocca. “Ma come ti permetti!” “ Mah così, era solo per fare. E poi è una volta sola.” “Ho capito, ma intanto l’hai fatto, potresti farlo altre volte. E’ come una porta che non so più se è chiusa oppure no, non mi posso più fidare.”

Rischiano i confini del corpo ma anche dell’anima, fin tanto che i confini dell’anima vengono violati così, è proprio la percezione di sé ad essere insicura. A quel punto, io penso che sia per questo che quella ragazza si taglia. L’ho vista una sola volta, ma credo che comunque abbiamo a che fare con il confine.

Rispetto dei confini dell’anima:  anche del bambino. Anche Emmi Pikkler quando attende rispetta i confini dell’altro, la volontà dell’altro che costituisce anche l’involucro invisibile che ci consente di sentire noi stessi: non siamo solo corpo fisico.

 

Domanda: Mentre lei parla rifletto: anche con altre persone stiamo creando un progetto in cui possono venire gli adulti e forse in futuro anche adolescenti; in cui le persone possono incontrare altre cose, nuove idee, rapporti con gli altri e lavori manuali. E penso che questo sia un modo di incarnare in modo giusto. La vita è anche un’ autotensione ma in modo positivo. E’ solo un’idea, ma cosa direbbe lei ad un adolescente che si taglia, che cosa dovrebbe fare?

Risposta:  Non ho ricette. Ogni adolescente è diverso. In generale consiglio adolescente e genitori, faccio in modo che possa percepire sempre i propri confini nel corpo (massaggi, frizioni e quello che secondo me è più opportuno) e nell’anima. Esiste non solo una pelle del corpo ma anche dell’anima. Rispetto, rispetto della volontà dell’adolescente, la capacità di dire sì, la capacità di dire no.

A volte questi adolescenti non sanno nemmeno loro cosa vogliono. Sanno cosa non vogliono ma non sanno cosa vogliono. Sanno cosa devono, cosa non vogliono, ma non sanno cosa vogliono. E allora, l’importante è creare un campo sociale di calore in cui possa crescere, vedere riconosciuta la volontà dell’adolescente e questo campo sociale dovrebbe essere un campo di calore.

 

Domanda:  Mi stavo chiedendo come possa fare un insegnante a un gruppo, una classe a fare arrivare questo messaggio di rispetto della loro volontà, e nello stesso tempo la necessità di rispettare delle regole. Perché è necessario in una società rispettare tutti le stesse regole. Risposta: Mettere le regole in conflitto con la volontà, questo lo diceva Hobbes: siccome ognuno di noi ha una volontà, e siccome la volontà di ognuno di noi configge con quella degli altri, allora tutti devono rinunciare alla loro volontà tranne uno: il sovrano. E così si rinuncia alla libertà in nome della sicurezza. Ma questo modo di intendere la volontà dell’essere umano ritengo che sia un vero fraintendimento. Steiner dice esattamente il contrario. Dice:” L’uomo è un essere sociale da subito”. Anche la psicoanalisi feudiana la pensa come lui, sostanzialmente: l’uomo, lasciato libero, uccide il padre e sposa la madre. Dunque è un essere sociale in pericolo, dunque è necessaria l’educazione per diventare un essere sociale; e dunque di nuovo la volontà in questo caso intesa come pulsione, come istinto, in conflitto con la legge sociale, con le regole, le norme. Ma anche questo è tutto sommato un fraintendimento, perché in questo modo l’uomo viene considerato come un animale. Steiner dice che la volontà dell’essere umano è molto complessa, in quanto espressione del corpo fisico innanzi tutto, poi, in quanto espressione dell’Io (ora salto un pò), è una ??? Anelito. Dunque, la volontà dell’uomo. Sì certo, un bambino può metamorfosare, trasformare la propria volontà sempre in relazione con gli altri, ma è originariamente un essere sociale. Il bambino originariamente si aspetta che il monto sia buono, sia bello e sia vero, si aspetta il bene e non si aspetta di essere – come dire- “fregato” dagli altri. Ci sono affatto antropologici, ora mi sfugge il nome, anche studi italiani, che hanno dimostrato che anche i bambini piccoli sono capaci di atti di generosità, sono generosi, sono spontaneamente portati ad aiutare l’altro e dunque, si potrebbe dire che l’essere umano originariamente è un essere sociale.

Questo mettere in conflitto la regola con la volontà è a mio avviso molto fuorviante ed è mortificante nel bambino. Un bambino o un adolescente vengono guardati sempre come una minaccia; a scuola gli allievi vengono guardati come una minaccia. Volete che vi racconti una storia allucinante! Nella mia scuola c’è un insegnante che siccome vuole interrogare i ragazzi a modo suo, chiedeva ai ragazzi di guardare il puntino del telecamera del computer e di non muovere le pupille. Perché potevano riempire di post-it lo schermo e così aiutarsi nell’interrogazione fregando l’insegnante. Ho saputo poi da una trasmissione su you-tube, un seminario su questo tema, che un insegnante chiedeva ai ragazzi di bendarsi. Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. A scuola la relazione tra insegnante e studente si fonda sulla diffidenza: “Tu sei li per fregarmi”.  E’ chiaro che a questo punto siamo nella logica di Hobbes: Homo homini lupus. Non ti puoi aspettare niente di buono dall’altro ognuno fa i suoi interessi a tuo discapito. In questo modo è chiaro che poi si entra in una mentalità paranoica che è la mentalità, mi spiace dirlo di ???, perché pur di non essere denunciato faccio l’analisi ??? Però… È una logica totalmente dominata dalla paura; le relazioni all’interno della scuola sono in una buona parte determinate dalla paura. L’insegnante ha paura di vedersi togliere il ruolo, perché se qualcuno lo frega lui ha perso il ruolo: che autorità ho se uno mi frega? Ho perso la volontà! ; allora non mi devo far fregare devo far vedere il mio ruolo.

Anche questo tema del ruolo: viviamo incatenati, ognuno di noi ha la sua cella che è il ruolo che lo domina siamo attaccati al ruolo come se fosse la nostra identità, invece è solo un vestito che possiamo mettere e togliere a piacimento. E questo ci domina. Credo che questa pandemia ha messo in luce come non possiamo più rimanere attaccati al ruolo. Adesso dobbiamo presentarci per quello che siamo veramente. Entrare in classe e dire: “Io sono un essere umano, voi siete degli esseri umani. Come possiamo collaborare fare qualcosa di buono insieme? Mettere al centro la cultura? (Che deriva da coltivare, far crescere). Dunque: come possiamo far crescere qualcosa in questo gruppo che noi siamo? Perché noi costituiamo un gruppo, che vuol dire: rapporti di fiducia”. E poi all’interno di questo gruppo vediamo quali sono le conoscenze che ci possono arricchire e rendere più umani. Non disumani, non macchine che funzionano, non soggetti performanti, ma più umani. E allora la regola diventa: come ci possiamo mettere d’accordo perché questa cosa funzioni? Perché possiamo lavorare insieme: allora la regola scaturisce naturalmente dal lavoro che si fa insieme. Se tu vai in qualsiasi officina, o falegnameria o laboratorio di creta o ceramica, nessuno ti dice “Prima regola è … “. No. L’artigiano ti dirà: “Guarda, se vuoi fare un vaso devi prendere la creta, bagnarla in un certo modo, ti insegno non la regola ma la pratica che nel corso dei secoli gli uomini hanno scoperto come la migliore”. Non è la regola imposta da fuori la cui trasgressione comporta una pena.

 

Domanda. Ma nella maggior parte delle scuole è così!

Risposta: …e io ritengo che i ragazzi ne soffrano a tal punto che il malessere crescerà in modo esponenziale. Ne soffrono perché non sono riconosciuti per la loro individualità.

 

Domanda:  La mia è più che altro era un’osservazione. Quando lei ha detto: l’angoscia è una porta stretta attraverso la quale poi si accede ad un mondo nuovo e facendo un riferimento biblico ad Adamo, come parallelismo mi è venuta l’immagine della Crocifissione. Che è un’alto testamento. Diciamo Cristo è passato attraverso quella porta stretta ed ha visto il mondo in modo diverso, così noi dovremmo riuscire a sopportare le nostre angosce che sono le nostre pene individuali sopratutto e anche collettive e non rifuggire. La sopportazione ci dovrebbe aiutare a essere migliori e essere liberi.

Risposta:  è proprio così grazie.

 

Domanda: come è nato l’Illuminismo

Risposta: ci addentriamo in temi così vasti … vi ringrazio.

 

Domanda: Io volevo fare una domanda più pratica mi trovo con mia figlia di 16 anni e vedo che è proprio vittima di questa paura dell’insuccesso per cui il 6 della materia è più importante di aver imparato e io sto lottando con questa cosa da sempre. E però non riesco a farle passare questo messaggio neanche con la mia vita, che penso sia l’esempio di una cosa che non è andata in quella direzione. Allora, chiedevo cosa possiamo fare per aiutare questi ragazzi.

Risposta: in linea generale, non conoscendo il caso specifico non posso dare una risposta esauriente. Però in generale??? Io ritengo che la pressione che si fa sugli studenti è veramente decisiva. A partire dai bambini delle elementari, la richiesta di prestazioni che si fa nella scuola è veramente eccessiva e genera ansia, angoscia, competizione, angoscia di fallimento; e a volte i genitori concorrono un po’ a creare questo clima. Nel suo caso mi sembra di no, ma i genitori sostengono affiancano questa attività della scuola e questo è molto dannoso. E’ dannoso perché in realtà invece di favorire lo sviluppo umano, favorisce un adattamento che non può durare a lungo, prima o poi sfocia in una patologia o in una crisi adolescenziale che può essere severa. Dobbiamo mettere al centro non la prestazione ma la cultura. Dobbiamo non mettere al centro l’ego ma l’Io. Per usare una terminologia psicologica, non dobbiamo partire dal narcisismo ma dobbiamo invece aiutare gli adolescenti a sviluppare l’amore per la cosa in sé, non per se stessi, per la cosa, è la cosa che parla. Non per tutto ciò che evoca la tua immagine e tu lo fai. Invece a scuola conta moltissimo l’immagine e conta l’immagine che poi si vuole avere fuori (dallo schermo?): si diventa prigionieri di quell’immagine. L’anoressia è una delle patologie, uno degli esiti di una ???: le anoressiche sono bravissime a scuola, cercano la perfezione, devono essere sempre performanti, al massimo. Questa è una patologia.

 

Domanda: Lei prima ha fatto una disamina della situazione del ragazzo adolescente che oggi incontra dei problemi perché nella sua esperienza lei ha visto che è stato un bambino con alcune caratteristiche sopratutto a livello di ??? Della famiglia. Ora, è evidente che in questo momento, la paura entra in famiglia ( lasciando perdere le notizie vere o sbagliate). Però la perdita deposto di lavoro, l’insicurezza, la pressione che i genitori posso subire creano paure e difficoltà. Allora la mia domanda è: in una famiglia in cui la paura entra e negarla, far finta che non esista è assurdo perché un bambino la percepisce, quali accorgimenti pratici per i genitori, un parente diretto può adottare facendo sì che quella paura che non può nascondere possa far sì che un bambino particolarmente ricettivo non diventi poi un adolescente che crolla?

Risposta: Quando un adulto prova angoscia e la riconosce e si propone di affrontarla, si fa aiutare e ha fiducia in una comunità che lo possa sorreggere. Ciò nonostante prova angoscia: si trova in una situazione che è delicata, che quello che è, ma è dentro un processo. E quando questo accade il bambino sente una paura abitata dall’uomo. Si potrebbe dire che quell’angoscia che si prova è un sentimento (la parola sentimento ha un significato diverso dalla parola emozione: come diceva un poeta è por mente al senso; mentre invece l’emozione sopraffà l’uomo). Se il bambino avverte che il genitore è preoccupato, è angosciato ma contemporaneamente affronta quell’angoscia, non la teme, non fugge chissà dove, ha fiducia nella collettività, si fa aiutare, ha fiducia di essere sorretto dalla solidarietà sociale, allora per il bambino quella diventa un’esperienza biografica ma non un’esperienza patogena. Ho conosciuto il padre di un bambino che era responsabile di un’azienda cinese di pannelli solari in Italia, un’azienda grande; quando c’è stata la crisi, i cinesi hanno ritirato tutto e dall’oggi al domani lui si è ritrovato senza lavoro. Aveva una macchina di lusso e l’aveva venduta; diceva:  “è dal meccanico … “. Lui ha potuto contare su una rete sociale, e dice: “Sono stati anni bui, però ce l’ho fatta”, e non credo che il figlio dia stato da meno. La povertà non produce patologia, anzi c’è un tasso di suicidi più alto nella nostra società consumistica di quanto ci fosse nella società contadina del ‘400. La nevrosi aumenta nella nostra società e anche la sofferenza psichica.

 

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