L’idea di infanzia – di Marcus Fingerle

9.05.2020 Conferenza dal Corso di Antropologia dell’Età Evolutiva

La mia vuole essere oggi una confessione oltre che una riflessione, o meglio una riflessione sulla mia stessa biografia, su ciò che essa contiene di universale come ogni biografia.

C’è in me qualcosa di irriducibile, una profonda convinzione, una certezza che costituisce un dato di fatto da spiegare più che qualcosa da dimostrare. E questa convinzione è che l’essere umano porti con sé, fin dalle origini, una dimensione di innocenza nella quale egli vive o per lo meno in cui vive una parte di sé, quella più sacra e inviolabile.

Non so bene per quale ragione io abbia questa convinzione, ma sicuramente mi proviene dall’infanzia, quando ero sicuro che fossero gli angeli a portare l’albero di Natale e ad addobbare il salotto che, a casa mia, restava chiuso per tre giorni prima della vigilia. Per me in quel tempo tutto era buono, tutto era ordinato ad un fine da una volontà superiore, perfino gli oggetti, la loro disposizione. Quando entravo nello studio di mio padre avevo la sensazione di entrare in un tempio sacro in cui tutto aveva un senso a me sconosciuto, misterioso. E poi quando andavo a scuola alle elementari passavo davanti a un albero di bergamotto che quando fruttificava emanava un profumo misterioso che mi dischiudeva un mondo sconosciuto, ma familiare.

Così era del vento, quando da adolescente andavo in montagna da solo e mi accoccolavo negli incavi della roccia ad ascoltare le lontananze da cui proveniva e mi si apriva la coscienza a spazi infiniti. O dell’acqua che, all’alba, quando i primi raggi primaverili scaldavano l’aria ancora fredda di alta montagna, brillava argentata mentre gorgogliava giù dalle pendici della montagna in cui si sciolgono le nevi.

La sfera dell’innocenza è quella in cui si sperimenta la comunicazione universale e la relazione di ogni cosa al tutto e il senso che da questa relazione deriva. In cui il senso delle cose non viene dal fatto che le usiamo (il valore d’uso) o dal fatto che le scambiamo (valore di scambio), ma dal fatto che esse sono una parte del tutto e concorrono all’ordine del tutto e che esse ci parlano di questo ordine, se solo ne sappiamo ascoltare la melodia.

Eppure da adolescente l’innocenza l’avevo perduta, mi sentivo separato, esiliato, esule, un viandante nel deserto senza direzione, errabondo. L’esperienza della libertà è stata per me l’esperienza della caduta: come dice Taubes “La libertà può disvelarsi solo come caduta”1. E così mi sono trovato nel labirinto del mondo ad errare. Mi ci è voluto molto tempo per rendermi conto che non avevo preso la strada sbagliata per una mia qualche mancanza, ma che l’errare fa parte dell’intima costituzione dell’essere umano. E come dice sempre Taubes: “Se però dell’errare, che domina il mondo, si fa esperienza in quanto tale, allora è sgombra la strada a non farsi sviare”2.

Così la domanda che mi porto da tempo è come ricordare e proteggere l’innocenza proprio dentro l’esperienza della separazione, dell’erranza e dell’esilio? Come tenere insieme ciò che si è spezzato? Come salvare l’innocenza in mezzo al turbine delle emozioni egoiche e meschine? Come restare fedele a me stesso, al mio impulso incarnatorio che mi ha portato sulla terra? Che cosa ci sto a fare qui se non per ritrovare l’innocenza perduta? Così capisco il detto evangelico «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”3.

L’idea d’infanzia e l’idea di innocenza sono la stessa cosa. Infatti l’infanzia rappresenta l’innocenza che da adulti ci appartiene, anche avendola perduta. Ed è dunque il bambino a riportarci lì dove dobbiamo tornare, questa volta coscientemente e intenzionalmente.

La pedagogia curativa è la via di questo ritorno. È la via per il nostro ritorno attraverso il bambino, è la via per salvare il bambino da ciò che lo ferisce e lo violenta.

Questa via richiede di essere percorsa consapevolmente e richiede il trascendimento di sé per l’altro. Richiede esercizio, ma non per diventare migliori, più in questo o in quello, ma per aprirci all’altro, al tutto, da cui viene il senso del nostro essere.

Questa via consiste nel diventare artisti dell’incontro o, se volete, nello sviluppare il senso superiore dell’io dell’altro. Nel non voler istruire, non voler educare, non voler migliorare, trasformare, curare, ma solo nel voler incontrare.

L’incontro è presenza, essere presenti l’uno all’altro. Non sottovalutate la potenza della presenza e dell’incontro. Dice Martin Buber:“Se sto di fronte a un uomo come di fronte al mio tu, se gli rivolgo la parola fondamentale io-tu, egli non è una cosa tra le cose e non è fatto di cose. Non è un lui o una lei, limitato da altri lui e lei, punto circoscritto dallo spazio e dal tempo nella rete del mondo; e neanche un modo di essere, sperimentabile, descrivibile, fascio leggero di qualità definite. Ma, senza prossimità e senza divisioni, egli è tu e riempie la volta del cielo”4. E la sola gioia che può risanare è quella di tale incontro.

L’idea di infanzia nella mia vita l’ho incontrata grazie a Henning Köhlere questo è il debito che ho nei suoi confronti e questa è la gioia che mi lega a lui di profonda amicizia e gratitudine. Di questa idea ne parla nel libro “Non esistono bambini difficili” in cui descrive i quattro gesti pedagogici fondamentali, che potremmo anche considerare come i quattro momenti dell’arte dell’incontro.

L’incontro con un bambino non è in primo luogo l’incontro con ciò che è diventato, ma primariamente l’incontro con ciò che esso vuole diventare: Henning Köhler parla del suo mistero, Steiner dello spirito in forma di germe, Aristotele dell’essere potenziale, Jung del Sé come totalità psichica, l’ebraismo esoterico dell’Adamo Kadmon, in ogni caso il bambino che abbiamo di fronte a noi è solo l’apparenza di un essere molto più grande che gli viene incontro dal futuro. Ora non siamo noi con le nostre conoscenze, con ciò che abbiamo studiato, che conosciamo il mistero ecc. ma è esso che si manifesta a noi, se ne siamo degni. Ciò che deve ancora essere conosciuto, ciò che è ancora avvolto dal mistero crea in noi la capacità di conoscerlo, ci visita come l’angelo visita Maria e ci feconda. Nell’ambito del mistero le relazioni sono rovesciate, è il futuro a causare il presente. È l’essere futuro del bambino che, se io saprò essere aperto all’altro, si manifesta a me creando in me le condizioni affinché io possa comprenderlo e cosi creerà le condizioni perché insieme possiamo compiere l’opera del suo inveramento.

Il primo gesto educativo consiste nel proteggere il bambino, non si tratta soltanto di una protezione esteriore dai pericoli derivanti dal vivere nel mondo, quanto piuttosto di fare spazio all’altro in sé, di sapersi prendere un tempo per l’altro, fare uno spazio di silenzio dentro di sé perché l’altro possa manifestarsi. Fare attenzione. Si tratta di educare lo sguardo, di mettersi in ascolto, presago di ciò che si annuncia dal futuro. Fare silenzio, avere dedizione al piccolo.

Il secondo passo consiste nell’accompagnare il bambino, il che significa dargli il tempo per manifestarsi, partecipare con interesse al suo divenire, senza costringerlo ad adeguarsi alle esigenze del tempo oggettivo del mondo esterno reificato. Significa essere una presenza paziente capace di attendere. Significa rimanere fedeli al mistero e al suo tempo di manifestazione.

Il terzo passo è quello di consolare il bambino. Nell’ambito del mistero ciò che consola non sono le risposte, ma la domanda: “Chi sei tu?” che consente al bambino di ricordarsi di sé. Henning Köhler sostiene che noi non dovremmo fare la domanda, ma essere la domanda. Essere aperti al tu al tal punto da attenderci la risposta dal tu, essere aperti alla sua manifestazione pieni di fiducia. È questo atto di fiducia a offrire la vera consolazione giacché esso presuppone che il bambino abbia diritto a essere com’è e che faccia un dono all’educatore quando si manifesta apertamente.

Il quarto passo è quello del prendersi cura del bambino. “Attenzione, interesse e fiducia dispiegano la loro forza curativa solo quando, e soltanto per il fatto che, il bambino incontra il bambino nella sfera del mistero”5.

Quando il bambino che è in noi incontra il bambino che ci è affidato siamo presenti l’uno all’altro e lì si “apre la volta del cielo” e quella gioia e solo quella gioia consola e guarisce.

 

Marcus Fingerle

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NOTE:

  1. Taubes,Escatologia occidentale,1991, pg 26
  2. ibid.
  3. Matteo 18,1-5
  4. Martin Buber, Il principio dialogico, Paoline, pg. 64
  5. Henning Köhler, Non esistono bambini difficili, pg. 101

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